PERIODICO DEL DIPARTIMENTO DI RICERCHE EUROPEE
UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI GENOVA
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Emidio Campi
Ordentlicher Professor für Kirchen- und Dogmengeschichte. Leiter des Institute für Schweizerische Reformationsgeschichte, Università di Zurigo
Heinrich Bullinger (1504-1575), una vita per la Riforma
Successore di Ulrich Zwingli, continuatore della Riforma a Zurigo e nella confederazione svizzera, partner di Giovanni Calvino nell’opera di consolidamento del protestantesimo europeo: a cinque secoli dalla nascita riemerge l’importanza del riformatore Heinrich Bullinger.
All’epoca della Riforma il sinodo di Zurigo esaminava periodicamente la condotta dei pastori ed emetteva un giudizio sulla qualità del loro lavoro. Alla cosiddetta "censura" non si poteva sottrarre neanche lo stesso Bullinger. In genere se la cavava con delle valutazioni oscillanti tra "buono" a "molto buono". Una volta tuttavia il sinodo rilevò che nelle prediche si esprimeva con eccessiva mitezza. In effetti Bullinger non fu mai un uomo dai toni energici e vigorosi. Sebbene sia considerato uno dei grandi personaggi della Riforma, egli è privo delle caratteristiche di altri protagonisti: non fu animato dalle passioni di Zwingli, non visse la drammatica crisi di Lutero, né ebbe il tratto aristocratico di Calvino, e neppure il talento diplomatico di Bucero. La sua vita non fu per nulla avventurosa (nei quarantaquattro anni trascorsi a Zurigo non abbandonò quasi mai la città, il viaggio più lungo lo condusse fino a Basilea), e apparentemente addirittura priva di avvenimenti di rilievo. Tanta fu la serietà con cui affrontò il suo lavoro, tanta l’instancabile disciplina, tanto il senso del dovere con cui si dedicò al suo ministero, da rendere impossibile distinguere la sua vita privata da quella spesa al servizio della chiesa. Per sapere quale sia il retaggio di Bullinger, occorre considerare perciò l’insieme della sua attività

Dirigente ecclesiastico
Il 9 dicembre 1531, poco meno di due mesi dopo la sanguinosa seconda guerra di Kappel (1531) nella quale cadde Ulrich Zwingli, il Grande e il Piccolo Consiglio di Zurigo nominarono Heinrich Bullinger pastore della cattedrale e capo della chiesa di Zurigo. Egli ricoprì tale incarico fino alla morte, sopraggiunta il 17 settembre 1575. Il neoeletto, nato il 18 luglio 1504, a Bremgarten, il più giovane dei cinque figli dell’omonimo prete cattolico Heinrich Bullinger e di Anna Wiederkehr, aveva ottenuto il grado di Magister artium all’università di Colonia, dove aveva aderito alla causa della Riforma. Dal 1523 al 1529 era stato maestro presso la scuola del convento di Kappel, vicino Zurigo, e dal 1529 al 1531 aveva operato come pastore, nella natale Bremgarten.
Subito dopo la sua nomina, il Piccolo e il Grande Consiglio di Zurigo vollero poter controllare la predicazione dei pastori. Bullinger riuscì, almeno temporaneamente, a evitare che la chiesa di Zurigo fosse trasformata in una chiesa di stato e a salvaguardare la libertà di predicazione. Grazie alla sua accortezza e alla sua determinazione, i pastori zurighesi non divennero dei semplici esecutori degli ordini impartiti dal Consiglio, ma ottennero l'autorizzazione – un unicum, nella storia della chiesa – a richiamare all’ordine i magistrati ogni volta che lo ritenessero opportuno e a rendere pubblici, seguendo l’esempio dei profeti dell’Antico Testamento, tali richiami. Nel contempo lo stato zurighese non divenne una teocrazia, in quanto i pastori non dovevano più intromettersi, come accadeva invece ai tempi di Zwingli, negli affari di stato. I rapporti tra la chiesa e le autorità furono regolati in base ad un ordinamento sinodale, elaborato da Bullinger nel 1532, che rimase in vigore fino alla fine dell’Ancien Régime. Quelle disposizioni diedero alla chiesa riformata zurighese numerose opportunità di intervenire nella vita pubblica della città, in particolare nell’ambito dell’educazione e della assistenza sociale.
Sostenuto dai colleghi e dalle autorità, Bullinger si dedicò, per oltre quarant'anni, al miglioramento del sistema scolastico zurighese. Egli si impegnò anche a favore della scuola teologica di Zurigo, antenata dell’attuale università, alla quale conferì fama europea chiamandovi a insegnare distinti studiosi, tra cui il fiorentino Pietro Martire Vermigli. Anche l’aiuto offerto da Zurigo a profughi religiosi  provenienti dall’Italia, dall’Inghilterra, dalla Germania, dalla Francia e dalla Polonia, riparati nella città sulla Limmat, è da ricondurre in larga misura alla premurosa sollecitudine di Bullinger. Nella teoria, come anche nella prassi, Bullinger è riuscito, meglio del suo predecessore Zwingli, a evitare che la collaborazione tra chiesa e stato si trasformasse in una problematica confusione dei due ambiti.
Nell’esercizio del suo ministero, Bullinger è caduto senza dubbio in alcune contraddizioni. Mentre nei confronti degli ebrei e dei turchi ha saputo assumere posizioni più moderate di quelle sostenute dalla maggior parte degli altri Riformatori, sul suo relativo irenismo grava l’ombra del conflitto che lo ha opposto ai cosiddetti dissidenti. L’accanimento con cui ha combattuto le correnti radicali protestanti, da Ochino a Schwenckfeld e in particolare gli anabattisti, è oggi difficilmente comprensibile.

Predicatore e pastore
Oltre ai compiti di dirigente ecclesiastico, Bullinger  svolse una intensa attività di predicazione. Solo una piccola parte delle sue prediche furono date alle stampe. Una grande quantità di appunti e trascrizioni delle prediche – oltre seimila – sono conservati nella “Zentralbibliothek“ di Zurigo. La più conosciuta tra le raccolte di prediche di Bullinger fu pubblicata nel 1549/1551 col titolo di Sermonum Decades quinque e costituisce, accanto alla Institutio di Giovanni Calvino e ai Loci communes di Pietro Martire Vermigli, il più importante compendio della teologia riformata. Non a caso fu tradotta in tedesco, inglese, francese e olandese e trovò ampia e rapida diffusione anche oltre i confini europei. Non meno intensa fu anche la sua attività pastorale. Tra le sue numerose pubblicazioni si annoverano diversi titoli di teologia pastorale, quali la Istruzione dei malati, un trattato evangelico destinato a malati e morenti, oppure il piccolo trattato sul Matrimonio cristiano, una delle più efficaci (e più vendute, all’epoca) pubblicazioni riformate sul tema della vita di coppia che ebbe vasta influenza perfino tra i puritani della Nuova Inghilterra.

L’architetto del protestantesimo riformato
L’influsso teologico di Bullinger sul protestantesimo, nella confederazione svizzera e in Europa, è stato profondo e duraturo. Bullinger ha cercato di rafforzare – non sempre con successo – i legami tra Zurigo, Berna e Basilea. È intervenuto a sostegno della Riforma a Sciaffusa, San Gallo e nei territori occupati dalla confederazione e dai suoi alleati. Si è sempre preoccupato di mantenere una stretta collaborazione, in campo teologico e di politica ecclesiastica, con Ginevra. Ha costantemente seguito l’evolvere della situazione ecclesiastica nelle Leghe retiche, a cui era molto affezionato. Malgrado ripetuti tentativi, i piani per ristabilire un accordo dottrinale con Lutero sono falliti, soprattutto a causa della diversa comprensione della Cena del Signore. Pur senza riuscire a superare le differenze teologiche che lo dividevano dagli svizzeri, Melantone ha viceversa sempre mantenuto un atteggiamento amichevole nei confronti di Bullinger e di altri teologi zurighesi. Le relazioni di Bullinger con Giovanni Calvino e poi con Beza hanno avuto invece uno sviluppo molto positivo. Sul tema, allora aspramente dibattuto, della Cena del Signore essi pervennero ad un ampio accordo, formulato nel cosiddetto Consensus Tigurinus del 1549. Il consenso raggiunto dai due Riformatori a Zurigo costituisce l’atto di fondazione del protestantesimo riformato.
Il più importante contributo di Bullinger al protestantesimo riformato resta tuttavia il testo della Seconda Confessione Elvetica. Nata come dichiarazione di fede personale, la Confessione è divenuta di dominio pubblico dopo che Bullinger l’ha inviata al principe elettore del Palatinato, Federico III. Subito dopo la sua pubblicazione, avvenuta nel 1566, la Seconda Confessione Elvetica ha incontrato un inatteso successo ed è stata accolta, accanto al Catechismo di Heidelberg, tra le confessioni di fede che, di fatto, univano tutte le chiese riformate. Nei cantoni svizzeri, ad eccezione di Basilea, la Confessione non fu utilizzata solo in ambito ecclesiastico, ma influì anche sulla politica e sulla vita della società contribuendo al sorgere dello stato moderno.
Nulla può tuttavia mostrare più chiaramente l’importanza di Bullinger per il mondo protestante del suo epistolario. Si tratta di circa 12000 lettere (2000 scritte da Bullinger, 10000 indirizzate a lui) che rappresentano una prova tangibile dell’intenso scambio di idee e riflessioni con personalità famose e perfetti sconosciuti di mezza Europa e della sua attività di consulenza. Certo, la maggior parte dei corrispondenti sono ecclesiastici, ma accanto a questi spiccano persone appartenenti ai ceti più diversi: principi, re, studiosi di varie università, diplomatici, politici.

Il teologo
Se consideriamo la sua età, Bullinger appartiene, come Calvino, alla seconda generazione della Riforma. Eppure la sua teologia non si limita a ripetere quanto già detto da Lutero, da Zwingli o da altri giganti dello spirito. La teologia della Cena di Bullinger, in apparenza simile a quella di Zwingli, si distingue da essa in quanto, affrontando la questione nell’ottica della teologia del patto, supera l’interpretazione puramente simbolica dei sacramenti e afferma l’esistenza di un legame tra il segno e la realtà. È questo il motivo per cui, nel confronto con Lutero, Bullinger può sostenere la presenza spirituale di Cristo nella Cena. Bullinger non si irrigidì sulle posizioni raggiunte. Preoccupato per la precaria situazione del protestantesimo dopo l’Interim di Augusta e spinto, dal dialogo teologico con Calvino, a formulare una chiara dottrina dei sacramenti, elaborò il testo del Consensus Tigurinus. In tal modo non solo la teologia zwingliana della Cena acquistò così un profilo teologico più chiaro, ma per la prima volta fu elaborata una dottrina riformata della Cena, destinata a trovare, nel Catechismo di Heidelberg e nella Seconda Confessione Elvetica, la propria formulazione classica.
Bullinger ha ripreso da Zwingli anche l’importante concetto biblico-teologico del patto di Dio, ma lo ha  sviluppato in modo autonomo, estendendolo dall’ambito dei sacramenti fino a comprendere la realizzazione della manifestazione della volontà di Dio nella comunione con l’umanità e tra gli esseri umani. Da una teologia del patto intesa in questo modo è ovviamente possibile derivare un ordinamento giuridico vincolante. La teologia del patto, formulata da Bullinger, ha infatti trovato ampia diffusione nel protestantesimo riformato (Coccejus) ed è stata recepita anche dalla riflessione secolare sull’ordinamento statale (Grotius, Hobbes).
Nell’ambito della dottrina della predestinazione, Bullinger ha fatto proprio il principio della doppia predestinazione. Egli rifiutò tuttavia ogni speculazione e si oppose a ogni forma di determinismo scegliendo di percorrere vie diverse da quelle imboccate da Zwingli o Calvino. Ribadendo la centralità dell’offerta di salvezza universale offerta da Dio in Cristo, delineò il seguente quadro: la predestinazione tende all’elezione in Cristo, l’elezione eterna o la dannazione eterna dipendono dalla comunione con Cristo che si realizza nella fede.
Il carattere autonomo della teologia di Bullinger appare soprattutto nel modo in cui affronta il problema centrale del suo tempo, cioè la dottrina della giustificazione. Reagendo al mutamento del quadro teologico seguito alla prima sessione del Concilio di Trento egli sottolinea bensì che la giustificazione dipende esclusivamente da Dio, ma afferma nel contempo che la santificazione è la conseguenza necessaria dell’attenzione dedicata da Dio all’essere umano. Bullinger ritiene che i due aspetti debbano essere chiaramente distinti, ma insiste – più ancora di Lutero – nel dire che tra di essi c’è uno strettissimo legame. Certo, se viene dimenticato il carattere di dono della santificazione, può sorgere con estrema facilità un nuovo legalismo, dal quale il protestantesimo riformato non ha sempre saputo difendersi.

Lo storico
Accanto alle sue attività nel campo pastorale e nel campo della politica ecclesiastica e dell’esegesi, Heinrich Bullinger si è occupato anche di studi storici. Egli è stato, si può dire, anche uno storico dalle notevoli capacità che non si è solamente limitato a incoraggiare altri a scrivere – si pensi alla Cronaca Svizzera di Johannes Stumpf – ma ha scritto delle opere, di cui solo una parte è stata pubblicata, che purtroppo non hanno ancora ricevuto l’attenzione che meriterebbero. Tra queste ci sono studi sulla storia della chiesa, una storia della confederazione elvetica e una storia di Zurigo.

(traduzione e riduzione dell’originale tedesco, apparso nella "Neue Zürcher Zeitung" del 17/18 luglio 2004,  a cura di Paolo Tognina)


Breve nota bibliografica
Heinrich Bullinger, Schriften, a cura di Emidio Campi, Detlef Roth, Peter Stotz, 7 voll., Zürich, TVZ, 2004-2005.
Fritz Büsser, Heinrich Bullinger. Leben, Werk und Wirkung, 2 voll., Zürich, TVZ, 2004.
Peter Opitz, Heinrich Bullinger als Theologe. Eine Studie zu den Dekaden, Zürich, TVZ, 2004.
Emidio Campi, Heinrich Bullinger und seine Zeit. Eine Vorlesungsreihe, Zürich, TVZ, 2004.
Bruce Gordon – Emidio Campi (Ed.), Architect of Reformation. An Introduction to Heinrich Bullinger (1504-1575), Grand Rapids, MI, Baker Academic, 2004.
Emidio Campi et al., Der Nachfolger. Heinrich Bullinger (1504-1575),  Zürich, Weingarten, 2004.
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