Nel bilancio decennale del processo di Barcellona, l’attuazione cioè del partenariato euromediterraneo (1995-2005), la valutazione meno positiva riguarda, forse, il terzo settore, quello culturale e umano. Si è promosso e praticato il “dialogo”, con sincero impegno e con le migliori buone intenzioni, ma richiamandosi a principi sin troppo universali, validi per un possibile dialogo fra ogni gruppo umano, comunità, popolo. E’ quasi del tutto mancato specialmente nell’azione più ufficiale, gestita dalla stessa Commissione Europea, il richiamo e l’utilizzo di ragioni proprie all’area mediterranea.
Nel quadro mediterraneo, infatti, non si tratta di avviare o portare avanti un dialogo fra culture – e dunque fra popoli e individui ad esse appartenenti – come se sinora, e per tanti secoli nel passato, essi non siano stati vicini l’uno all’altro, non abbiano avuto contatti, influenze, apporti reciproci e così via, come se non avessero vissuto insieme, non avessero percorso insieme una esperienza storica comune, che ha fatto sì che ciascuno di essi sia quello che è. Questa esperienza, questa eredità di sofferenze, di impegni, di valori, in una parola questa storia comune, è la base da cui dobbiamo partire; per noi, genti del mondo mediterraneo, “dialogare” non può che significare prima di tutto far ritrovare a noi tutti una memoria ed una coscienza mediterranea comune, fuori da ogni mistificazione retorica ed anche lontana da ogni astratto universalismo.
L’esperienza e l’eredità storiche comuni nell’ambito del Mediterraneo – quale sia per noi il Mediterraneo della storia l’abbiamo detto – sembrano agli occhi di uno storico un terreno di confronto al quale non ci si può sottrarre per rendere possibile e proficuo il “dialogo”, intendendo con questo termine non un percorso per conoscerci ma per “riconoscerci” quali appartenenti da sempre ad uno spazio comune, a noi proprio, quello mediterraneo appunto.
La storia dunque, cioè le vicende del passato e la ricostruzione e interpretazione di quelle vicende, la loro immagine dentro di noi, fanno sentire il loro peso, esercitano una influenza, condizionano persino la memoria e la coscienza di individui e di popoli e perciò i loro reciproci rapporti. Quel peso e quella influenza provocano incomprensioni, pregiudizi, mancanza di fiducia e di apprezzamento reciproco, persino risentimenti e odi, fra gruppi etnici, popoli, opinioni pubbliche, civiltà.
Non è efficace, quanto meno non sembra sufficiente combattere quelle incomprensioni e quei pregiudizi per mezzo di appelli e richiami a principi e valori astratti (l’eguaglianza degli uomini, la fraternità, la pace) ovvero condannare, sempre sul piano generale, ogni tendenza a discriminazioni, razzismi, intolleranze. Se le radici più lontane e più resistenti di quei mali sono da ricondurre alla storia, come noi storici crediamo, dobbiamo allora risalire a quelle radici, alla storia dunque, a vicende e aspetti del passato e alla conoscenza e immagine che ne abbiamo. Dobbiamo cioè renderci conto di come quelle convinzioni e quei sentimenti si siano formati, rafforzati, trasformati; dobbiamo trovare nello stesso terreno della elaborazione della conoscenza storica l’antidoto a quegli effetti deleteri, capire come e perché una conoscenza storica è stata costruita e diffusa, rivelarne i meccanismi di costruzione, proporne altre versioni e far sì che questa “nuova storia” si accrediti e si diffonda.
Prima di avanzare nella riflessione sui modi per dar vita ad una storia del Mediterraneo più idonea a sviluppare rapporti pacifici e forme di integrazione, consideriamo cosa debba intendersi nella “sostanza” quale storia del Mediterraneo, nella dimensione appunto del Mediterraneo della storia. Questo impegno di riflessione venne annunciato fra le finalità stesse della Sihmed (Société internationale des historiens de la Méditerranée), cui si è fatto cenno; nel numero 3 della Lettre de liaison della Société, mediante la pubblicazione di una nota in proposito è stato sollecitato l’avvio di un dibattito, del cui mancato sviluppo ci rammarichiamo. Come abbiamo scritto allora, l’ histoire de la Méditerranée ce serait l’histoire de ce processus de rencontres, d’affrontements, d’échanges, d’influences réciproques entre les civilisations de la Méditerranée, nel senso di “mondo mediterraneo”, la cui estensione spaziale viene dunque determinata proprio dalla storia nel senso sopra indicato. Mentre eravamo persuasi – aggiungevamo - che bisognasse appunto approfondire la natura e la dimensione di questo Mediterraneo della storia, siamo al tempo stesso propensi a ritenere che non si debbano cercare o attendere risposte nette, schematiche, risolutive; si tratterà piuttosto di scorgere una successione graduale e ininterrotta di sfumature, una multiforme appartenenza a spazi diversi, una correlazione dialettica fra concetti e definizioni diverse.
E’ opportuno anzitutto richiamare ciò che non deve intendersi e perseguirsi come storia del Mediterraneo: una sorta di sintesi o accostamento, in quale ordine che sia, di voci enciclopediche, ciascuna concernente una componente (regione, popolo, stato) del mondo mediterraneo (restando aperto il problema della estensione complessiva di questo). La storia del Mediterraneo – per dirla con la formula dei due ricordati studiosi britannici del Mediterraneo antico, Horden e Purcell – non deve essere la storia di ciò che è accaduto nel Mediterraneo ma la storia del Mediterraneo stesso in quanto insieme, unità, ovvero “personaggio”, per dirla con Braudel.
Non si tratta di esporre, neppure in sintesi, tutto ciò che è accaduto nel mondo mediterraneo, ma di mostrare invece che in un ampio spazio intorno al mare Mediterraneo si è svolto, e si svolge, un plurimillenario processo storico, essenzialmente caratterizzato da contatti e da influenze, da scambi di uomini e di cose, di elementi di cultura materiale e intellettuale, tra imperi, stati, regioni, città, popolazioni e dunque fra le civiltà presenti sulle rive del mare. E questo essenziale processo di influenze, di scambi, di trasferimenti e di appropriazioni è tale che nel Mediterraneo della storia ogni popolo, ogni cultura, ogni civiltà è sì se stessa ma al tempo stesso è segnata da numerose eredità e influenze da varie parti provenienti. A questo processo, che è la storia stessa del Mediterraneo, non vi è cultura e popolo mediterranei che non abbiano in qualche modo contribuito ed è perciò sciocco, oltre che vano, voler asserire primati e affermare gerarchie. Il riconoscimento e la ricostruzione anzi di una storia mediterranea tenderanno di per sé a smentire e scalzare rivendicazioni nazionalistiche e pregiudizi razzisti, fanatismi e odi, incomprensioni e diffidenze culturali.
Non presumiamo, ovviamente, di aver chiari e pronti criteri e direttive per potenziare una storiografia “mediterranea”, nel senso che confidiamo di essere riusciti a spiegare. Gli storici, e non da soli, dovranno riflettere e discutere, tenendo conto delle particolarità e specificità del mondo mediterraneo, nell’impegno, certo paziente e arduo, di costruire gradualmente la storiografia che auspichiamo. Potranno trarre giovamento e far tesoro di positive esperienze e di soddisfacenti risultati conseguiti a proposito di altre aree geopolitiche, anzitutto nell’ambito dell’Europa occidentale. Ci limitiamo ora a indicare, senza presunzione di compiutezza e di organicità, alcune prospettive cui guardare e alcune vie da percorrere.
Si tratterà, fondamentalmente, di tener conto con la maggior apertura e “simpatia” possibili di come ogni parte attrice del processo storico abbia vissuto e interpretato determinate vicende storiche e di quale memoria ne abbia conservato. Questa equanimità dovrà valere per ogni parte, cioè ogni cultura e civiltà, ogni popolo e stato, ogni governo e gruppo sociale, e così via. Tanto maggiore cautela e comprensione si dovrà impiegare quando si tratti di fenomeni e di momenti storici nei quali due o più parti si siano aspramente confrontate e scontrate, sì da conservarne cicatrici e tracce ancora ben evidenti. E tutto ciò tanto più estesamente si riscontra, ed è da affrontare, nella varietà e complessità della storia del Mediterraneo.
Sui periodi e gli aspetti conflittuali non si dovrà certo tacere né mentire, né attenuare, nel rispetto di ciò che la conoscenza storica ha in qualche modo accertato, pur nei suoi limiti e nella sua permanente suscettibilità di essere rivista e modificata; né mai si tratterà di annullare o attenuare la distinzione fra le vittime, in tanti casi del tutto innocenti, e i responsabili. Gli eventi del secolo scorso e d’altra parte il progressivo maturare e l’affermarsi più diffusamente di una coscienza morale che condanna violenze e sopraffazioni, discriminazioni e presunzioni di superiorità, nei rapporti fra popoli, gruppi sociali e individui, hanno condotto a riflettere e dibattere ampiamente su queste problematiche. Di tanti autori siamo ovviamente debitori in proposito e nel definire un ruolo della conoscenza storica nella prospettiva della riconciliazione e della pace nell’ambito del Mediterraneo.
Nell’impegno di una ricostruzione storica che vuol favorire rapporti pacifici e di collaborazione, si avrà cura di equilibrare opportunamente nella narrazione storica complessiva le vicende e gli aspetti di ostilità rispetto invece a modi e tempi di convivenza, di contatti e di scambi. Si potranno verosimilmente confutare in molti casi, sulla scorta di fonti e documenti affidabili, molte versioni estreme, sinora generalmente accreditate senza discussione. In una valutazione complessiva non è poi scontato che risultino prevalenti i periodi bellici e conflittuali rispetto all’intero corso di periodi secolari.
Anche nella storia dei periodi e delle vicende di ostilità, persino delle più aspre, si potranno evidenziare – senza certo falsare i dati storici, ma con l’impegno a raccoglierli e collocarli in un quadro complessivo - elementi e aspetti di segno positivo, momenti e gesti di distensione e di compromesso, nel rapporto fra le parti anche di rive opposte. Inoltre all’interno di uno stesso “fronte” – europeo-cristiano o islamico, i due maggiori e più conclamati – si dovranno cercare con più attenzione e mostrare con più rilievo tutte le varietà di posizioni e di atteggiamenti; ciò al fine di mettere in discussione la visione manichea di mondi compatti e irriducibili nell’ostilità e nel conflitto.
Ma l’aspetto essenziale di una storia per la “costruzione del Mediterraneo” sarà di attribuire più spazio e rilievo nel quadro mediterraneo alle diverse molteplici forme di pacifica convivenza, di scambi proficui, di influenze e trasmissioni di valori intellettuali e culturali.
Si tratterrà invece piuttosto di ricostruire e di presentare tutta la storia delle religioni, della filosofia, delle scienze, della tecnica del mondo mediterraneo – e non meno la storia degli scambi commerciali e di altre specifiche realtà – come una storia nella quale si può scorgere un intreccio costante e fitto di influenze, di apporti reciproci, di integrazioni fra civiltà, popoli, paesi, etnie diverse. Una storia dalla quale l’Occidente europeo non si stacca per sempre, - come pur da molti si ritiene - a partire dai secoli XV-XVI, pur se certo da allora esso assume, per molti aspetti, un primato nei confronti delle altre rive del Mediterraneo. Dai primi decenni del XIX secolo e poi lungo il periodo coloniale, pur nei suoi aberranti principi e nelle tragiche vicende che lo attraversano, il mondo mediterraneo ha vissuto un’altra fase di convivenza e di scambio stretti e intensi, un’altra dolorosa ma significativa esperienza comune i cui svolgimenti ed esiti costituiscono un elemento essenziale della storia e della sua realtà attuale.
Tutta la nostra riflessione sulla storia del Mediterraneo intende svolgersi nella prospettiva dell’incontro e della convivenza nello spazio mediterraneo; si è partiti cioè dalla convinzione che una migliore conoscenza della storia comune fra popoli e culture dell’ampio spazio mediterraneo costituisca uno strumento - non solo efficace ma insostituibile, a pari titolo di altri – per consentire e favorire la finalità perseguita. La coscienza della storia comune può divenire un terreno privilegiato di incontro e di dialogo, per trovare e consolidare una comune identità mediterranea.
Gli storici che nel novembre 1995 costituirono la Sihmed (Société internationale des historiens de la Méditerranée) presero quella iniziativa nella convinzione della rilevanza della storia nella “costruzione del Mediterraneo”, nel riconoscimento cioè di una secolare esperienza storica comune, argomentazione inconfutabile per prevedere una costante e ineludibile comunanza di destini nell’avvenire.
Per questa convinzione la Sihmed fu ben pronta, in particolare per l’impegno di chi scrive, a presentare una proposta d’azione in campo storico volta a supportare quel dialogo che l’Unione Europea intese lanciare nel quadro del processo di Barcellona. Il progetto della Sihmed, denominato con la sigla HistMed (da Histoire, History, Historia e Med, Mediterraneo) venne approvato dal comitato euromediterraneo nel maggio 1998 a Stoccolma. Successivamente HIstMed si confederò, diciamo così, con altri progetti, coordinati dalla Maison Méditerranéenne des Sciences de l’Homme di Aix-en-Provence; il pool, noto come Euromed Sciences Humaines, poté approfondire l’articolazione dei progetti, con le possibili sinergie, con il sostegno anche finanziario della stessa Commissione Europea.
Nel rapporto conclusivo del Gruppo dei saggi, istituito dal presidente Romano Prodi, nella fase conclusiva della sua presidenza della Commissione Europea, non mancano significativi cenni al peso e al ruolo della storia. Il documento però della Commissione Europea, che accoglieva la proposta operativa del Gruppo dei Saggi per la costituzione di una Fondazione euromediterranea per il dialogo culturale, non mostra di aver recepito granché dei cenni alla storia (alla ricerca e alla divulgazione storica), non molti ma comunque significativi contenuti, come si è rilevato, nel rapporto del Gruppo dei saggi, i quali avevano prospettato con vigore l’esigenza di dar vita alla Fondazione. Indirettamente tuttavia l’impulso verso un impegno nel campo culturale, promosso dalla Fondazione e dalle sue reti nazionali, è stato fruttuoso in qualche misura a proposito della storia, nel vasto senso già indicato. Nel quadro dei programmi presentati e sostenuti dal governo italiano è stato recepito un rinnovato progetto HistMed, che fa tesoro della proposta del 1998 ma insieme l’adegua alle prospettive complessive della Fondazione e alla evoluzione della situazione nel corso del decennio.
Il nuovo progetto HistMed mira a promuovere e poi a divulgare una conoscenza storica nel senso sopra indicato, attraverso una serie di percorsi e di iniziative, in molti casi puntualmente coincidenti con gli auspici espressi sia dal rapporto dei Saggi sia dal documento base per l’attività della Fondazione. In questa sede non è il caso di entrare nel dettaglio del progetto HistMed, che procederà con realistica gradualità, tenendo conto di difficoltà e di limiti oggettivi.
La più rilevante e più ardua delle iniziative previste concerne la definizione di un progetto di Storia del Mediterraneo, sul genere della Histoire générale de l’Afrique, promossa e realizzata dall’Unesco sul finire del secolo scorso. Si tratterà ovviamente di un’opera collettiva, alla quale contribuiranno numerosi storici di diversi paesi, per un numero di volumi non certo inferiore alla dozzina. Si dovrà coordinare un grande impegno di molti, per realizzare ciò che Braudel auspicava: nei cantieri storiografici non si lavorerà più con i nostri metodi di piccoli artigiani, ma con collegialità di scelte e di programmazione e con operosità di squadre di progettisti e di lavoratori.
L’opera di Braudel sarà – non occorre dirlo – il grande viatico per il lavoro preliminare, forse il più arduo, di riflessione generale, impostazione e definizione del progetto; il capolavoro dello storico lorenese, il più volte ricordato Il Mediterraneo e il mondo mediterraneo nell’età di Filippo II (Paris 1949), offre la ricostruzione storiografica specifica soltanto della seconda metà del secolo XVI, dalla riconquista musulmana di Tripoli (1551) alle rinnovate tregue dopo la battaglia di Lepanto (1571) e la successiva riconquista turco-maghrebina del regno di Tunisi.
Anche tutte le altre storie del Mediterraneo offriranno motivi di confronto, ma per le dimensioni dell’opera e la partecipazione ampiamente internazionale dei collaboratori, un utile insegnamento sarà tratto dall’iter seguito e dai risultati ottenuti da opere come la ricordata Histoire de l’Afrique. Un confronto al quale non ci si potrà sottrarre è quello fra la concezione di storia d’Europa e quella di storia del Mediterraneo; ecco il tema generale per un altro dei grandi convegni che potranno accompagnare le prime fasi della riflessione.
Se anche la meta ultima, la pubblicazione dell’opera, sarà comunque lontana nel tempo e condizionata da molteplici fattori oggi non prevedibili, è un risultato in sé di grande rilievo – non esitiamo ad affermarlo – che un impegno di riflessione e programmazione venga assunto e confortato da una volontà politica. Voler concretizzare, in un’opera di adeguate dimensioni e di grande rigore scientifico, il percorso della storia del Mediterraneo e dunque di civiltà e culture, popoli e gruppi umani, considerata preferenzialmente nella loro reciproca connessione nel lungo corso del tempo e nel vasto spazio mediterraneo, vuol dire esprimere un lucido e forte atto di fede nella esistenza di un mondo mediterraneo nel quale popoli e culture si sono formati ed evoluti insieme, e in qualche modo integrati, come non è avvenuto in altre parti del mondo, e oggi insieme intendono convivere e ancor più integrarsi. Se può farsene storia – potremmo dire in sintesi – il mondo mediterraneo è esistito ed esiste; in esso ci si può dunque riconoscere, per la sua continuità e il suo sviluppo si può operare.
Il lavoro storiografico vero e proprio dovrà essere preparato e affiancato dall’approntamento di materiali e di strumenti. Si tratterà di acquisire orientamenti su quali fonti e documenti ancora inediti sia opportuno rendere ampiamente disponibili e nello stesso intento quali opere e testi sia utile tradurre da lingue meno diffuse a lingue più ampiamente note
Ancor più urgente e pregiudiziale sarà raccogliere i dati bibliografici di tutto ciò che è stato scritto sulla storia, in senso lato, del Mediterraneo; per far ciò sarà necessaria una previa riflessione e la formulazione di scelte e criteri in qualche misura pur sempre discrezionali.
Nell’ambito del progetto HistMed sono state previste iniziative di diverso tipo (seminari di studio, distribuzione di appositi testi e documenti, affiancati da sussidi anzitutto audiovisivi), rivolte sia direttamente ai giovani, sia agli stessi docenti e educatori, attraverso i quali si intende far giungere ad una più larga cerchia di studenti un nuovo e diverso messaggio. Per formulare opportunamente questo messaggio e per accertare con più precisione quali siano le insufficienze e le distorsioni delle conoscenze di storia mediterranea circolanti nelle scuole e dunque presenti presso i giovani, sarà utile effettuare in via preliminare un esame ed una analisi dei testi in uso nell’insegnamento dei diversi paesi. Questo tipo di indagini ha già avuto uno sviluppo decennale nei paesi europei, a proposito delle vicende storiche bilaterali (per esempio tra Francia e Germania, Italia e Austria e così via). Più di recente ci si è impegnati in indagini analoghe, sul modo in cui i testi scolastici riferiscono sui rapporti storici fra paesi colonizzati e paesi colonialisti.
La riflessione da cui partirà la progettazione e l’avvio della grande Storia del Mediterraneo cercherà di porsi al miglior livello scientifico, ma essa, e le iniziative che la accompagneranno, non mireranno soltanto alla realizzazione della grande Storia. Quella riflessione sarà offerta ad esperti dell’insegnamento e della comunicazione sociale per attuare parallelamente un programma di divulgazione, come auspicato dal rapporto dei saggi, dai documenti costitutivi della Fondazione e dal progetto HistMed, secondo una linea peraltro comune ad ogni programma di azione nel quadro del settore culturale del partenariato. Per contribuire alla creazione di una coscienza mediterranea si dovrà “portare” una nuova visione della storia del Mediterraneo al grande pubblico, trasportandola dai suoi termini scientifici ed accademici alle forme e al linguaggio di una divulgazione di alta qualità e di sicura efficacia. Ci si rivolgerà anzitutto a scolari e studenti di ogni livello, dalle scuole elementari alle Università, vorremmo dire; si cercherà la collaborazione dei media per creare opportuni sussidi audiovisivi.