A proposito del recente ritorno di Bin Laden sulle scene internazionali con un messaggio trasmesso da al-Jazira, Khaled Fouad Allam ha espresso il parere che sia in atto un cambiamento all’interno di al-Qa’ida. Oltre al tono meno “performativo” del solito, Bin Laden ha parlato di una possibile tregua, una hunda, che farebbe pensare a una volontà di trasformazione, da parte di al-Qa’ida, da formazione terroristica a soggetto politico. Qual è la sua opinione?
E' molto difficile interpretare questa dichiarazione. Credo che stia succedendo una cosa molto importante conseguente alla guerra in Iraq. In Iraq, al-Zawahiri è riuscito a cristallizzare la resistenza sunnita, ma l'uccisione di così tanti Sciiti è un fatto che va a svantaggio dell'espansione del messaggio e della logica di al-Qa'ida a livello mondiale. E’ probabile che sia in atto una riflessione all'interno di al-Qa'ida su come organizzare il futuro: l'obiettivo è quello di tentare di trovare una possibilità per trasformare il jihad iracheno in un mezzo di mobilitazione per i Musulmani di tutto il mondo. Fino ad ora il jihad iracheno è una questione soltanto interna ai confini dell'Iraq.
Abbiamo qui la stessa vecchia lotta che abbiamo già incontrato nel mondo comunista: portare la rivoluzione in un unico paese oppure in tutto il mondo, diciamo Stalin contro Troszky. Credo che per al-Zawahiri l'obiettivo sia la rivoluzione universale, possiamo dire che al-Zawahiri è il Troszky di al-Qa'ida, è convinto che la lotta contro il nemico vicino sia superata. Ritengo che il messaggio di Bin Laden si inserisca nel contesto di questa scelta strategica.
Oggi verrà presentata a Genova l’edizione italiana de Il Profeta e il Faraone, un testo che lei ha scritto nel 1984 ma che conserva notevoli elementi di attualità. Già allora lei invitava gli Occidentali ad abbandonare gli schemi interpretativi classici e a lasciarsi sorprendere dall’alterità, dalla diversità di una cultura e di un mondo nei quali il fattore religioso avrebbe dovuto costituire l’elemento primario per tracciare una possibile via di comprensione. Ma a quanto pare non è stato ascoltato……
Eh, sì, è una cosa strana. E' stato il mio primo libro e questo per me è un giorno in cui mi sembra di poter fare un tuffo nella fontana della giovinezza. La cosa più strana è proprio riscoprire che il paradigma egiziano degli anni '70 offre la possibilità di capire che cosa è successo e chi sono, oggi, i protagonisti importanti di al-Qa'ida e del jihad universale.
Ripercorrendo la storia di quel decennio incontriamo già allora Ayman al-Zawahiri che, dal banco degli imputati per l'assassinio di Sadat, rilasciava dichiarazioni alla stampa straniera in un ottimo inglese: "Chi siamo? Siamo i Musulmani. Che cosa vogliamo? Lo stato islamico". Era la sua prima apparizione pubblica. Dopo aver scontato alcuni anni di prigione ed essere stato liberato nel 1984, si è subito adoperato per costituire il nucleo fondante di al-Qa'ida che nasce proprio dall'incontro tra al-Zawahiri, erede della fazione più radicale dei Fratelli Musulmani, con Osama Bin Laden, sotto l'influenza importantissima di Sayyid Qutb, autore di Pietre Miliari, che era l'intellettuale più importante dei Fratelli Musulmani radicali. Qutb fu impiccato sotto il regime di Nasser nel 1976. Fu il primo autore di lingua araba a effettuare il confronto tra lo stato indipendente del mondo arabo e l'avanguardia radicale.
Poi abbiamo Yussef al-Qaradhawi, anch'egli Fratello Musulmano, laureato ad al-Azhar, l'università teologica islamica con sede al Cairo, oppositore di Sadat che, rifugiatosi in Qatar, è divenuto protagonista di una famosa trasmissione televisiva: "al-Shari'a wa-l hayat" (Legge e vita religiosa) trasmessa a tutt'oggi settimanalmente da al-Jazira, nella quale risponde alle domande su questioni politiche dei Musulmani di tutto il mondo.
Abbiamo poi altri personaggi di importanza straordinaria, per esempio Shukri Mustafa, che ha creato una setta soprannominata "La scomunica e la fuga". La fuga è quella del profeta dalla Mecca e rappresenta l'inizio dell'Islam. L'Islam nasce ad opera di una rottura con l'ambiente della città antica. Mustafa vuole creare una contro-società che si contrapponga al Cairo empio. Un modello di vita e un'utopia che hanno esercitato una profonda influenza nel movimento islamista dagli anni '90 fino ad oggi.
Com’è stato possibile che gli osservatori occidentali non abbiano dato peso a questi personaggi? Eppure lei ha indicato chiaramente come l’Egitto li abbia costretti all’esilio e come subito dopo siano stati in una certa misura strumentalizzati dall’occidente…
Sì, in un certo modo…E’ necessario dire che la mobilitazione islamista ha conseguito, da un lato, un successo con l’assassinio di Sadat e dall’altro, però, un fallimento perché il movimento non è riuscito a prendere il potere. Credo che gli osservatori occidentali abbiano dedicato un po’ di attenzione subito dopo l’uccisione di Sadat, attenzione scemata però nel giro di breve tempo. Il fatto più importante è che il fallimento del progetto politico in Egitto ha costretto gli Islamisti all’esilio….
Il famoso “orizzonte del nemico lontano” è nato da questo fallimento?
Sì, è probabile. Hanno creato una rete di influenza fuori dai confini dell’Egitto e il “gruppo egiziano” di al-Zawahiri, di al-Qaradhawi, ha potuto stringere rapporti con altre realtà. E non dimentichiamo gli egiziani presenti nel “Londonistan”, il rifugio sicuro che gli Islamisti radicali si sono creati sulle rive del Tamigi….
Parliamo dell’Islam in Europa e in particolare di un fenomeno spesso trascurato ovvero quello delle conversioni all’Islam da parte di occidentali, che in Francia è stimato intorno alle 50.000 unità e che inizia a dare segni evidenti anche in Italia. Qual è, a suo parere, il fascino che l’Islam esercita su una società apparentemente laica come la nostra?
Esistono motivazioni diverse che meriterebbero un lungo approfondimento. Una considerazione che ritengo preliminare è che nel 1989 abbiamo assistito alla caduta del comunismo e di conseguenza del culto del messianesimo della sinistra. E’ sorta in quel momento, all’interno della sinistra e del successivo movimento “no global”, la percezione che ora i diseredati del mondo sono i Musulmani, nelle periferie delle grandi città europee la povertà tocca i giovani di origine africana e nordafricana. L’abbiamo visto recentemente con i problemi sorti nelle banlieu parigine, anche se in questo caso non era l’Islam a fornire il collante della mobilitazione, ma, sociologicamente, questi giovani erano di origine musulmana…Credo che ora il concetto di proletariato non esista più, la lotta tra destra e sinistra ha perso il suo significato classico con la caduta del muro di Berlino preceduta di pochi mesi dal ritiro dell’Armata sovietica in Afghanistan.
Hans Kung, nel suo libro Islam, invita con convinzione a “non erigere nuove dighe dell’odio, della vendetta e dell’ostilità” ma a “battersi per un avvicinamento e un’intesa sinceri, che si basino sulla reciproca consapevolezza di sé, sull’obiettività, sulla lealtà, sulla conoscenza di ciò che divide e di ciò che unisce”. Una posizione molto vicina alla sua che, in Fitna, parla della necessità di creare uno “spazio andaluso portatore di senso, che in terra europea ha già prodotto in passato, grazie alla ibridazione culturale, passi giganteschi per la civiltà universale”. Non crede che l’attuale crisi economica, l’indebolimento dell’Occidente a scapito dei paesi asiatici emergenti, la globalizzazione, renderanno davvero difficile garantire la mobilità sociale, la piena partecipazione democratica e l’integrazione a tutta la fascia debole della popolazione europea, indipendentemente dalla appartenenza razziale e religiosa?
Sì, i problemi da affrontare sono notevoli, specie alla luce della frattura, apparentemente insanabile, che si è venuta a creare dopo i fatti dell’11 settembre e della guerra in Iraq. Le categorie di bene e di male si sono rovesciate: ciò che rappresenta il terrore per una parte del mondo è considerato invece resistenza all’oppressore dall’altra. In questa situazione ogni minimo incidente provoca un incendio nel quale ognuna delle parti ravvisa il pretesto per mobilitarsi e radicalizzare le posizioni. A questo si aggiungano le strumentalizzazioni che certi ambienti politici mettono in atto per difendere i propri interessi. Le numerose comunità islamiche presenti in Europa sono percepite dai conservatori europei come una minaccia da combattere, da parte dei radicali musulmani, invece, come comunità assediate e da difendere dai rischi dell’assimilazione. Eppure, i Musulmani in Europa rappresentano la chiave di volta del problema. Solo se riusciremo, per quanto possa essere difficile, a far sì che queste persone si identifichino in un comune destino europeo e possano diventare un ponte culturale nei confronti delle popolazioni che vivono nei loro luoghi di origine, potremo uscire dalla gravità della crisi attuale.