PERIODICO DEL DIPARTIMENTO DI RICERCHE EUROPEE
UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI GENOVA
Numero
23
L’impegno di Moni Ovadia: salvare Dio dai religiosi
a cura di Patrizia Fusi
Pubblichiamo qui di seguito alcuni momenti dell’incontro con Moni Ovadia avvenuto a Genova il 2 febbraio scorso nell’ambito di una rassegna dedicata agli autori capaci di tradurre personalmente sulla scena la propria arte. L’iniziativa, promossa da Margherita Rubino, Presidente del Circolo culturale “I Buonavoglia”, con la collaborazione dell’Università degli Studi e del Teatro Stabile di Genova, ha visto protagonisti anche Ascanio Celestini ed Erri De Luca.
Moni Ovadia ha risposto alle domande del Pro Rettore dell’Università Adriano Giovannelli, offrendo spunti di riflessione su temi cruciali: il valore dell’ironia, i pericoli dei nazionalismi e dei  fondamentalismi religiosi, il significato emblematico del concetto di straniero....  


Il tema riguarda un fatto di cronaca: leggendo i giornali si scopre  che in questo momento si  sta diffondendo in Palestina, dopo la vittoria di Hamas, un nuovo tipo di umorismo palestinese veicolato dai messaggi sui cellulari, da barzellette, battute... La notizia mi ha suscitato una riflessione un pò amara: sfortunati i popoli che hanno bisogno dell’umorismo per sopravvivere. Quello  dell’umorismo è un tema complesso con risvolti contradditori. Moni Ovadia parla dell’umorismo e vede nella morsa di regole, anche assurde, che si impongono in certi canoni culturali e religiosi,  la necessità di reagire con una visione ironica, autoironica e talvolta, dice, “autodelatoria” che consenta di sopravvivere smitizzando gli idoli. Ma l’umorismo non è talvolta anche il veicolo del pregiudizio, il fattore dell’emarginazione, della diversità? Per esempio: come si diffonde nella cultura popolare l’idea che il Genovese o lo Scozzese siano tirchi, come si diffonde lo stereotipo? Con la lievità della barzelletta che inserita in un quadro leggero viene facilmente veicolata e punge. Talvolta sono anche stereotipi terribili. Vorrei invitare Moni Ovadia a una riflessione su questo tema.
Secondo me questa dell’umorismo palestinese è un’eccellente notizia. Del resto lo avevo già incontrato, perché ho molti amici palestinesi, lavoro tra l’altro con un cantante palestinese che credo sia una delle persone più dotate di umorismo ebraico che io abbia mai conosciuto, a differenza di molti Ebrei che  senso dell’umorismo ebraico non ne hanno.
In  quello che lei ha detto c’è una verità. È vero che il pregiudizio vola leggero nelle storielle, o meglio nelle  barzellette, perché ogni meccanismo, anche il migliore dei meccanismi, la migliore delle intenzioni, nasconde il suo aspetto luciferino. Bisogna sempre trattare le cose con cautela, perché  le armi potenti possono ferire, le migliori intenzioni possono uccidere. Ad esempio, un’arma potente che può uccidere è l’amore: alcune madri, amandoci molto, ci riducono all’impotenza.  E lo stesso vale per l’umorismo, però l’esempio che lei ha fatto sui Genovesi o sugli Scozzesi, se mi permette, non è appropriato perché nessuno ha mai pensato di chiudere sei milioni di Genovesi, che neanche ci sono, in un lager e gasarli. E qui è la sottile differenza che dimostra come  l’esercizio del pregiudizio anche in forma umoristica possa essere salvifico e che ciò che ha creato il pregiudizio antiebraico non è l’umorismo. E’ evidente che la sua è una domanda giustamente provocatoria.
Il pregiudizio è sempre scuro, triste e squallido. Gli  Ebrei, credo, sognano che un giorno si possano raccontare barzellette su di loro  così come le si raccontano sugli Scozzesi e sui Genovesi.

Umorismo, ironia, autoironia come forza smitizzatrice degli idoli. Il tema degli idoli è affrontato con un’analisi molto attenta in varie opere, direi quasi un filo conduttore delle riflessioni di Moni Ovadia. Cos’è un idolo?  In un suo libro  si dà una definizione molto bella: si ha un idolo quando si confonde il mezzo con il fine. Quando si dice  che il fine giustifica il mezzo, in genere significa che la confusione tra i due è già presupposta. E’ un tema importante quello della distruzione di questi idoli culturali intorno ai quali si costruiscono delle imponenti strutture logiche che stritolano poi gli uomini. Pochi giorni fa, Rai Tre ha trasmesso un’intervista nella quale Moni Ovadia ha parlato di uno di questi idoli, il nazionalismo, dicendo che uno dei grandi pericoli è il nazionalismo in tutte le sue versioni, compreso quello di Israele...
Il nazionalismo  peggiore è quello di legittimazione religiosa. Ne abbiamo avuto un esempio con il  nazismo, che è stato una filiazione diretta  del cuius regio eius religio. La matrice del nazionalismo religioso, che è una  vera metastasi, si ha quando la religione, che è in cerca di assoluto e si legittima nell’assoluto, sostiene di possedere la verità. Io tento di  contrastare questa tendenza perniciosa  che è presente nell’Ebraismo, ma non solo, è un’ idea comune a tutti i monoteismi: l’idea della verità, il “noi abbiamo la verità”. Io sostengo: noi abbiamo opinioni. Inoltre: noi non abbiamo rivelazioni, abbiamo storie di rivelazioni, che è molto diverso. Sto conducendo una mia personale battaglia, anche se non conto niente, ma la faccio ugualmente: io voglio difendere Dio dai religiosi. Questo è il mio impegno principale perché non vogliono difendere Dio, vogliono rubargli il posto.
Quando la legittimazione della terra è una legittimazione che pretende il valore assoluto, secondo un meccanismo comune a tutti i nazionalismi “qui ci sono stati i miei padri e i padri dei miei padri....” diventa una devastazione che porta al teppismo violento, all’odio nel confronto degli altri,  al desiderio di espellerli, di isolarli.
Non avrei mai creduto possibile vedere stelle di Davide nere - il colore della svastica -  dipinte da  giovani Ebrei con il passamontagna come i black block per inneggiare alla terra inviolabile, la terra per cui versare il proprio sangue e quello degli altri.
Ritengo che da questo punto di vista il nazionalismo ebraico sia una delle forme peggiori di nazionalismo, perché fa regredire l’Ebraismo a prima di Abramo.  Ci  si dimentica troppo spesso che Abramo fonda l’identità monoteista uscendo da una città,  non fondando una città,  e si presenta al mondo come straniero: ”sono io straniero e abito con voi”.
E la promessa di terra -  perché qui sta la maledetta trappola -  la promessa di terra è sempre sub condicione: Dio dice sempre “la terra è mia”. Solo allora puoi andare in una terra promessa, solo quando sai che non è tua. La terra promessa è una terra in cui si vive da stranieri tra gli stranieri, non lo dico io, si legge nel Levitico (23, 25): “tu nel cinquantesimo anno istituirai il giubileo, la terra è mia -  dice Dio -  la terra non verrà venduta in perpetuità perché la terra è mia”. Infatti gli incrementi di proprietà venivano riazzerati e la terra ridistribuita secondo equità, a far capire che la terra non è dell’uomo, non può essere incrementata, all’uomo spetta solo ciò che gli serve per vivere. E prosegue: “insieme allo straniero che gode dei tuoi stessi statuti, ricordati che fosti straniero in terra d’Egitto”.
L’identità ebraica si forma nel deserto e non nella terra. Da ultimo il Santo Benedetto dice: “davanti a me siete tutti stranieri” e una Bibbia protestante traduce: davanti a me siete tutti meticci avventizi.
Per questo io inorridisco di fronte al nazionalismo ebraico, il che non ha niente a che vedere naturalmente con il diritto di Israele a vivere in uno stato democratico che basa la propria identità statuale sul diritto internazionale e sui diritti universali,  sul riconoscimento degli stessi diritti a un altro popolo che gli sta vicino; però questo è un altro discorso che rientra in un diverso progetto perché Israele, Israele proprio come Stato, ha anche una sua valenza simbolica nella “ricomposizione dell’infranto” di un popolo che doveva essere sterminato e che per un terzo è stato sterminato.


In una certa pagina, riprendendo una citazione colta, Moni Ovadia scrive: è un grado di saggezza superiore sentirsi stranieri ovunque rispetto al sentirsi a casa ovunque. Una citazione che ci giunge attraverso un sottile sentiero di personaggi che vivono in altre terre. Ce la vuole spiegare?
E’ una citazione da Ugo da San Vittore, scrittore italiano del 1100, il quale dice: “chi trova dolce la propria terra è solo un tenero dilettante; chi trova dolci tutte le terre è un uomo che si è incamminato già su una buona via, ma solo è perfetto chi si sente straniero in ogni luogo”. E questo viene secondo me proprio dalla grande tradizione biblica, anche evangelica - San Paolo ha parole memorabili sullo straniero -  e tutte le grandi spiritualità riconoscono nello straniero il portatore della benedizione, l’onore verso lo straniero è una cosa sentita. Purtroppo il vero grande problema è che lo straniero viene percepito solo nell’alterità e non nella dimensione del sé.
Questa citazione da Ugo di San Vittore l’ho sentita da Todorov, grandissimo filosofo e sociologo bulgaro esule in Francia,  che a sua volta l’aveva ripresa da Edward Said,  intellettuale palestinese straordinario mancato qualche anno fa, che viveva esule negli Stati Uniti. Possiamo dire che è una citazione che circola tra gli esuli. Julia Kristeva, in un libro memorabile che costituisce una pietra miliare sull’argomento e che lei ha intitolato mirabilmente Etrangers a nous  même,  dice nel primo capitolo che lo straniero non è né la rivelazione in cammino, né l’avversario immediato da eliminare per pacificare il gruppo. Stranamente lo straniero ci abita, è la parte nascosta della nostra identità, la parte che destabilizza la simpatia e l’empatia familiare, che decostruisce l’abitazione, la parte oscura e inquieta. Riconoscerla in noi ci risparmia la vergogna di odiarla nell’altro.
Il vero problema della difficoltà che abbiamo con lo straniero è perché non riconosciamo lo straniero che è in noi, che è la parte più anticonformista, quella più slegata dal comunitarismo, è quella più ribelle che scalpita e di cui abbiamo una terribile paura perché la parte predominante in noi è conformista e vuole stare tranquilla. Non vuoi perdere la tua casa, anche se perdere la tua casa significa conquistare conoscenza e sapienza. L’immensa e poderosa metafora di Ulisse: a chi tocca il privilegio di essere esule? Di essere colui che fa per dieci anni una vita infernale ma acquisendo conoscenza e brillando per diventare senso stesso del cammino di una civiltà universale. Chi tra tutti gli eroi? Il sapiente, il paziente Ulisse, a lui tocca il privilegio di diventare esule perché la conoscenza e l’intelligenza sono le  sue virtù principali. Questa la dice molto lunga... Quando noi tutti ci faremo degli ulissi saldandoci con l’esodo.... L’esodo è uno dei punti più grandi in cui l’Ebraismo si salda con la grecità epica dell’epos, ecco che in questo senso Mosè  invita ad andare fuori, Mosè non tornerà nella terra e non è un caso che il più grande in Israele non metta piede nella terra  e non si sa dove sia la sua tomba. La tomba di Mosè nella terra sarebbe stato un potente aggregante nazionale, ma gli Ebrei non sarebbero più stati gli Ebrei. Mosè tiene molto a mantenere la condizione dell’esilio. E’ la grande dialettica incomponibile, diciamo una sorta di aporia vitalizzante che è quella tra particolarismo e universalismo, fra terra ed esilio, che va mantenuta costantemente in vita.

E il rapporto con i nostri i stranieri....Sodoma e Gomorra sono state distrutte per i loro vizi o perché non hanno rispettato gli stranieri? Ci dice qualcosa la Bibbia?
La Bibbia a questo proposito è inequivoca.  Nel Levitico (19, 18) è scritto: “amerai il prossimo tuo come te stesso” e poco più in là: “lo straniero che abita presso di te non lo molestare è come il tuo compatriota”.....
“Amerai lo straniero” è il comandamento più ripetuto in  tutta la scrittura ebraica, il più importante...Vogliono trasformare la Torah in un manuale di nazionalismo aggressivo e questo è,  lo ripeto e insisto, ed è per questo che mi sono preso degli insulti, il vero problema: vogliono riportare l’Ebraismo alla dimensione tribale dalla quale Abramo lo ha fatto uscire.  Abramo rompe il tribalismo,  crea la condizione di straniero proprio perché devi farti straniero per poter coniugare universalismo e particolarismo, l’Ebreo diasporico dell’est Europa, proprio stando con la Torah,  ha prefigurato il cittadino europeo quando l’Europa non era pronta, era ancora isterica e piena di nazionalismi e di lacerazioni e di divisioni. L’Ebreo è stato distrutto perché incarnava proprio un cittadino transnazionale: era sì, lealissimo cittadino del suo paese, ma magari parlava setto o otto lingue, aveva parenti in ogni angolo d’Europa e anche fuori, aveva una specie di internet che era l’Yddish, era straniero eppure cittadino del proprio paese, era straniero eppure era il poeta più grande della cultura che rappresentava: prendiamo Heine, neppure i nazisti sono riusciti a toglierlo dai prontuari scolastici tanto era importante.
L’ebreo dell’Yddish, che è a suo modo lo zingaro in una maniera più lirica, ha prefigurato quel cittadino europeo che goffamente noi cerchiamo di costituire. Loro  lo erano in modo molto meno goffo perché erano a loro agio dovunque e a disagio dovunque.
Io sono Italiano, sono nato Italiano, la mia lingua è l’Italiano, mio zio Samuel è sepolto a Redipuglia, è morto per la patria nell’11° Reggimento Bersaglieri, eppure io mi sento terribilmente a disagio, in questo momento mi sento molto più esiliato qui che quando vado fuori, ma non  mi dispiace questa condizione di esiliato, me ne dispiacciono le ragioni. La  capacità di essere Europei ci arriverà solo quando noi usciremo dalla schiavitù del nazionalismo che in realtà non è solo la schiavitù del furore antagonistico, ma è anche il panico di perdere il proprio ubi consistam.  Risponderei a Battiato: io non cerco il mio centro di gravità permanente ma il mio centro di disequilibrio permanente.
Questa è la storia in cui ancora si agita l’Europa che fatica molto ed  è ancora ricolma dei suoi infami retaggi nazionalistici, sia dal punto di vista dei furori,  lo vediamo con il localismo e lo vediamo con l’opportunismo  nella guerra dell’ ex Jugoslavia: l’Europa si è comportata in maniera ripugnante, parlo delle strutture nazionali, non parlo degli Europei che sono andati ad aiutare, gli straordinari ragazzi della solidarietà. Che cosa ha fatto l’Europa: non ha sostenuto l’esperimento Marcović che poteva tenere insieme la Federazione, un esperimento transnazionale che poteva essere paradigma per un’Europa transnazionale. La Germania ha immediatamente riconosciuto la Croazia, immediatamente! Vecchio vizio, eh? E così ha fatto il Vaticano dividendo i Cristiani - mi dispiace dover dire queste cose ma adesso in Vaticano le sanno meglio di me - dividendo tra Cattolici e Cristiani, infatti cattolicissimi Croati e cristianissimi Serbi si sono massacrati con crudeltà inaudita. E noi andiamo a dare lezioni all’Islam?

Vero è che da sempre lei attacca i nazionalismi, i grandi nazionalismi,  però da un altro punto di vista lei li protegge, se si tratta di piccole nazioni, se sono identità minoritarie.....
Sono molto vicino alle identità minoritarie perché devono continuamente subire la prepotenza delle maggioranze. Ho difeso, difendo, mi occupo, addirittura diffondo come paradigma l’identità minoritaria ebraica, il popolo ebraico in Europa perché gli Ebrei, come gli zingari, sono gli unici ad aver realizzato un capolavoro  unico nella storia dell’umanità:  un popolo in tutto e per tutto, con profonde strutture del sentimento, emozioni, riconoscibilità, identità, tradizioni, letteratura, lingua, canti, fede, fervore, eppure popolo senza nazioni, senza fili spinati, senza burocrazia, senza eserciti, senza coltelli in tasca. Per questo è stato così facile sterminarli.
Ma quando la stessa identità ebraica si situa in una terra  dove dovrebbe potersi realizzare lo stato super democratico in cui qualcuno sognava addirittura che  il presidente potesse essere un arabo....(e perché no? Ci sono un milione di Palestinesi che vivono nello stato di Israele, ci sono un milione di Russi, di cui almeno la metà non è ebrea, ma per me se un Russo che se ne è andato dall’Unione Sovietica e vuole essere Ebreo, secondo me è così pazzo da rappresentare il paradigma dell’Ebraismo), quando quella stessa identità diventa maggioritaria.... Oggi il vero problema della pace con i Palestinesi  è questo:  ritornare,  da parte degli Israeliani, a farsi minoranza con spirito di minoranza in mezzo alla minoranza palestinese  e naturalmente ritrovare l’equilibrio dei due popoli che hanno storie diverse ma anche simili sofferenze, ritrovarsi e progettare dapprima sul piano simbolico la ricomposizione per scendere poi su quello pratico. Quindi difendo i piccoli nazionalismi? No, dipende. Io difendo i disarmati, i poveracci.


Parliamo di religioni. Abbiamo un Presidente degli Stati Uniti che parla in nome dell’Onnipotente, abbiamo i fondamentalismi che dilagano nel mondo cristiano, nel mondo islamico e anche in quello ebraico... Vorrei una riflessione sulle cause di questa patologia...Che cosa sta succedendo nella nostra cultura?
Sta succedendo che l’evoluzione dalla scimmia all’essere umano è molto più lenta di quella che noi, in modo molto arrogante e con una hibrys inspiegabile, credevamo. Quando un uomo fa l’affermazione: “Dio è  con noi”, che non a caso è stata codificata dal nazismo - Gott ist mit uns - scende a quello stesso livello. Non importa se si chiami Osama Bin Laden o George W. Bush....Che cosa è successo? Questa è una mia teoria: gli idolatri,  potentissimi, sono ancora i dominanti. Noi non siamo affatto dominati, come ci viene detto, dal monoteismo, noi siamo dominati dall’idolatria.
Quando il monoteismo ha fatto la sua irruzione potente e rivoluzionaria, perché è stata la rivoluzione più grande della storia dell’umanità, e non uso la parola rivoluzione casualmente, viene fondato l’essere umano come lo intendiamo noi. Prima di Abramo non c’è l’essere umano. Abramo lo unifica, lo rende universale.
Gli idolatri hanno capito che non c’era gioco con quel Dio lì: troppo potente... mandava a carte quarant’otto il sistema e allora hanno detto: ci pensiamo noi,  entriamo dentro e quel Dio lo facciamo diventare un idolo. Perché quando uno dice “Gott ist mit uns”, prima di tutto non ha letto il vangelo: Dio fa piovere sui buoni e sui malvagi.
Se è il Dio del monoteismo è il Dio di tutti, e se Bush si sforzasse, scoprirebbe  che c’è un versetto del Corano, il 48 della seconda sura, che dice: “Se Allah avesse voluto fare di tutti gli uomini una sola comunità di fede lo avrebbe fatto”, sottinteso che invece non ha fatto così. “A ciascuno di voi ha dato una regola e una via: gareggiate nelle opere di bene, un giorno tornerete ad Allah e lui vi spiegherà le ragioni del vostro essere diversificati”. Il merito è l’opera di bene, non la religione. Ciascuno ha la sua, non c’è problema. E’ la volontà di Allah, l’Onnipotente.
Ma c’è un altro versetto ancora più bello, il 256 della seconda sura,  che dice: “se Allah avesse voluto fare di tutti gli uomini dei credenti, lo avrebbe fatto”.  Chi sei tu per costringere un uomo a credere a suo dispetto? L’onnipotente Allah ha dato la dignità al non credente e tu imam, prete o rabbino vuoi venire a dire a me cosa devo fare? Questa è blasfemia: passano la loro vita a bestemmiare tutti i giorni facendo finta di onorare l’Onnipotente, il Santo Benedetto, di cui dire che esiste è già un atto di blasfemia.
Tanto è vero che Dio dice a Mosè: “sarò che sarò”. Ma tutti traducono: “io sono colui che sono”. Ecco la terribile tautologia: e già questo è idolatrico. Un futuro con una relativa che apre a un nuovo futuro, è il futuro che quella voce regala a Mosè e gli dice: “noi abbiamo il futuro, il faraone ha l’ipertrofia solipsista del presente, che cosa può fare contro di noi, Mosè? Non aver paura, vai, tu hai il futuro,  hai la possibilità di costruirlo e io sono un Dio che vive nel passato, nel presente, nel futuro, sono un tempo infinito e sono  libero, porto libertà, ti prego, Mosè, non ingabbiarmi in una definizione, sennò giochiamo a un altro gioco”....
I monoteismi sono pieni di gente che gioca a un altro gioco. Io sono disposto a riconoscere al Santo Benedetto, sempre che esista -  e questo è tutto da discutere – il diritto di dirmi, per esempio, quando comincia la vita: la verità ce l’ha Dio e basta, non certo un chierico.
Credo che l’Ebraismo abbia dato un paio di lezioni memorabili, anche se gli Ebrei se ne sono già dimenticati, su quello che può voler dire la fede. Vi racconto un  aneddoto che ho appreso  dal Direttore del Centro Simon Wiesenthal di Gerusalemme: ad Auschwitz, un gruppo di rabbini decide di processare Dio per quello che sta succedendo. Nella baracca tutta la notte lo processano con durissime requisitorie e alla fine viene emesso il verdetto. Il tribunale rabbinico del lager dice: colpevole. Proprio in quel momento irrompono le luci dell’alba e il presidente  del tribunale invita i rabbini a pregare il mattutino, e nel mattutino si dice: “ascolta, o Signore, Israele è il Dio nostro, il Signore è uno”.
Se non si sta dentro questa relazione contraddittoria, continuamente creativa, se io, invece di cercare il Santo Benedetto, dico che l’ho trovato, sto parlando del bue api. I veri bestemmiatori non sono coloro che usano espressioni colorite...e che rappresentano in qualche modo dei santificatori un pò rozzi,  i veri bestemmiatori sono coloro i quali pretendono di sostituirsi a Dio. “Sarete santi perché io sono santo”. Emulatio Dei, non sostitutio Dei.
E per finire, visto che non ho risposto alla domanda su Sodoma e Gomorra, ecco come ragionano i chierici: dicono che il peccato di Sodoma e Gomorra è il sesso, mentre in realtà è la violenza contro lo straniero e, per estensione, la violenza contro il debole. Lo straniero è sempre debole in quanto non ha la tutela della cittadinanza.
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