PERIODICO DEL DIPARTIMENTO DI RICERCHE EUROPEE
UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI GENOVA
Numero
25
Silenzio Stampa! (Si parla della Cina) - I diritti civili e la libertà di informazione in Cina
Paola Picollo
Lo scorso 18 Maggio, presso l’Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia di Genova, si è tenuto il dibattito “Silenzio Stampa! (…si parla della Cina) – I diritti civili e la libertà di informazione in Cina”, organizzato dalla Sinistra Giovanile, che ha visto la partecipazione di Paola De Pirro (Coordinatrice nazionale per la Cina di Amnesty International) ed Emanuela Patella (Direttrice del Centro Ligure di Studi Orientali).
L’incontro ha affrontato il tema, delicato e complesso, dell’attuale situazione dei diritti umani nella Repubblica Popolare Cinese, un Paese che, in questo periodo storico, si ritrova al centro dell’attenzione di tutto il mondo (e, in particolare, dell’Europa). Interesse dovuto principalmente al suo straordinario sviluppo economico: infatti, negli ultimi anni il ritmo di crescita economica è stato ampiamente superiore al tasso medio mondiale e l’economia cinese è attualmente la settima economia più grande del mondo. Mentre sulla scena internazionale dominano le preoccupazioni derivanti da un così intenso e rapido sviluppo economico, e si sprecano le strategie per competere con la sempre maggiore potenza cinese, si sa troppo poco della situazione reale della società cinese: una situazione difficile e drammatica, decisamente in contrasto con l’immagine di forte sviluppo che la Cina vuole offrire.
Del resto, lo stesso sviluppo economico è favorito dall’assenza di una tutela adeguata dei diritti dei lavoratori e delle loro rivendicazioni economiche: in Cina esiste un solo sindacato (quello del Partito comunista al potere)  e indubbiamente l’assenza di organizzazioni sindacali indipendenti costituisce uno dei fattori principali per cui risulta conveniente la delocalizzazione della produzione in Cina (garantisce, infatti, la possibilità di mantenere i salari bassi; la mancanza di scioperi ecc…).
Nel Rapporto Annuale pubblicato da Amnesty International viene svolta una attenta analisi della situazione attuale dei diritti umani in Cina. Malgrado l'amministrazione attualmente in carica abbia cercato di avviare alcune riforme legali, in realtà queste non hanno funzionato e non hanno portato a sostanziali mutamenti nelle condizioni di vita della maggioranza della popolazione cinese, dal momento che è mancata la reale volontà politica di metterle in pratica. Del resto, il sistema legale è stato, spesso, accusato di essere arbitrario; inefficiente; corrotto e incapace di salvaguardare le libertà e i diritti fondamentali.
La Cina è uno Stato mantenitore della pena di morte (si stima che circa l’84% delle esecuzioni capitali nel mondo avvengano tra Cina, Usa, Iran e Vietnam) dove si attua per più di sessantaquattro tipi di reato (che possono andare dall’omicidio al furto).
Altri casi frequenti di violazione dei diritti umani si hanno con la tortura, la detenzione amministrativa e i processi iniqui.
Molti sono anche gli episodi di violenza contro le donne dovuti soprattutto all’applicazione della politica di pianificazione familiare. Tra l’altro, la Cina ha ratificato con riserve la Convenzione Onu sulle donne e non ha firmato il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu sulle donne.
Piaghe poco conosciute della società cinese sono la devastante epidemia di HIV/AIDS che sta sterminando intere comunità nella Cina più remota (come nei casi della regione dello Henan o dell’etnia Norsu) e i numerosissimi “campi di rieducazione al lavoro” (i cosiddetti Laogai), ossia campi di concentramento, che incominciarono ad apparire nel Paese a partire dagli anni ’60, nell’ era maoista, e che sono ancora oggi utilizzati dal governo. Si tratta di moderni campi di lavoro, organizzati come fabbriche, in cui chiunque può essere rinchiuso, non solo gli oppositori politici. Il governo cinese è stato, spesso, accusato di ricavare profitti dalla vendita di beni prodotti nei campi di lavoro, tra cui beni molto diffusi come il tè verde.
La Repubblica Popolare Cinese attua sistematicamente una dura repressione nei confronti dei gruppi religiosi e spirituali e nei confronti delle minoranze etniche: preoccupante è la situazione nella regione autonoma del Tibet e drammatica, in particolare, è la condizione nella regione autonoma dello Xinjiang Uighur, dove il regime cinese, ha sottolineato Paola De Pirro, con la scusa della “guerra al terrorismo”, attua da tempo una durissima repressione nei confronti della comunità degli uighuri, di cui, però, si riescono ad avere scarsissime notizie.
Fortissima è, poi, la persecuzione nei confronti dei dissidenti politici: la censura viene sistematicamente utilizzata per reprimere ogni forma di protesta od opposizione che possa diventare od essere pericolosa. Pesantissimo è il controllo sull’informazione e, in particolare, su Internet che, negli ultimi anni, è diventato il mezzo di comunicazione più diffuso (si stima che ci siano quasi 100.000.000 di utenti cinesi e che questa cifra verrà presto superata) e più potente per l’opinione pubblica cinese. Il testo della legge cinese afferma che “I siti internet devono servire il popolo e il socialismo; guidare correttamente l’opinione pubblica nell’interesse nazionale”. Paola De Pirro ha ricordato il celebre caso di Shi Tao, un giovane cronista cinese condannato a 10 anni di carcere per aver mandato una e-mail che, secondo il governo cinese, “violava i segreti di Stato”. A quanto pare i responsabili del motore di ricerca Yahoo!, utilizzato dal giornalista, hanno rivelato al governo la sua identità.
Emanuela Patella, nel suo intervento, si sofferma a illustrare il rapporto difficile tra intellettuali e potere in Cina, un rapporto caratterizzato dall’alternanza costante tra aperture e concessioni, che si rivelano sempre effimere ed inconsistenti, e dure repressioni.
Recentemente è anche stata stilata una “lista delle parole proibite”.
Capillare e attento è anche il controllo sulla produzione culturale (arte; cinema; letteratura; musica ecc…).
Una delle nuove vittime della censura risulta essere il volontariato: il Presidente Hu Jintao, infatti, ha ordinato recentemente di porre sotto sorveglianza il lavoro delle organizzazione non governative, che sono state da poco ammesse nel Paese, dopo essere state bandite per molto tempo, dal momento che il Partito comunista non poteva ammettere organizzazioni che non fossero sue emanazioni dirette, malgrado il loro seguito minoritario, nel timore che possano favorire un risveglio della società civile per giungere ad una rivoluzione simile a quelle che portarono al crollo dei regimi comunisti nell’Europa dell’Est.
Attraverso la censura, il governo sta uccidendo la cultura cinese: cultura che svolge un ruolo importantissimo nel permettere ai popoli di individuare nuove vie verso la libertà e di realizzare il riscatto da una situazione di oppressione. Le ingiustizie si combattono e si superano solo mediante la lotta politica, per cui è necessaria una educazione. Senza la possibilità dello sviluppo di un vivace e aperto dibattito politico-culturale, la strada verso la democrazia appare ancora più lunga e difficile.
A chi le ha chiesto se i Giochi Olimpici, che si terranno, nel 2008, proprio in Cina, potranno dare un impulso alla lotta per i diritti umani, Paola De Pirro risponde scettica: non saranno così significativi sulla via dell’affermazione dei diritti umani universali, anche se la Cina sarà perfettamente consapevole di avere gli occhi del mondo puntati addosso.
Secondo Emanuela Patella, bisogna puntare sullo sviluppo economico: solo con il crescere della potenza economica i cinesi si concederanno “il lusso” della democrazia.
Infine, il 9 Maggio si è svolta l’elezione, da parte dell’Assemblea Generale Onu, del nuovo Consiglio Onu per i diritti umani, in sostituzione della precedente Commissione Onu per i diritti umani: tra l’altro si è trattato delle prime elezioni di un organismo delle Nazioni Unite con la maggioranza assoluta dei voti richiesta dall’Assemblea Generale. Ciò che rileva è la presenza, tra gli Stati eletti, di Stati come Cina; Cuba; Russia; Pakistan; Arabia Saudita, che sono coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani, per cui c’è chi già considera questo nuovo organismo Onu come inutile, di pura facciata, e chi, invece, lo ritiene una occasione importante per dare avvio ad una nuova fase nell’impegno nella difesa dei diritti umani. Paola De Pirro ha ricordato come Amnesty International, malgrado le legittime perplessità, abbia sostenuto fortemente la sua istituzione, ritenendo importantissimo che si continui a negoziare e a discutere per fare passi avanti nell’affermazione dei diritti umani e nella protezione delle vittime delle violazioni di tali diritti, ma non nasconde come, in fondo, gli strumenti di controllo siano poco efficienti.
Del resto, i rapporti tra Cina e democrazie occidentali sono tesi da molto tempo: il tema dei diritti umani è causa di attrito tra Pechino e Washington; la Cina non ha firmato lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale e subisce un’ embargo sulle armi richiesto dall’UE, a seguito della repressione, attuata nel giugno 1989, del movimento per la democrazia, che è ancora oggi in vigore.
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