Il dibattito sul genocidio armeno contrappone fondamentalmente le opinioni di chi, pur non negando i massacri, non ne vede la premeditazione da parte del governo ottomano e chi invece sostiene che la deportazione forzata fosse uno strumento di sterminio pianificato.
Le due posizioni sono rappresentate in due testi molto differenti per struttura ed intenti, quello di Taner Akçam, primo storico turco a parlare apertamente di genocidio (Nazionalismo turco e genocidio armeno, dall'Impero ottomano alla Repubblica, Guerini e Associati, Milano, 2005 e Guenter Lewy, docente di Scienza della Politica (Il massacro degli armeni, un genocidio controverso, Torino, Einaudi Editore, 2006). Un confronto fra i due passa attraverso un'analisi dell'impostazione dei testi, rivelatrice delle finalità delle due pubblicazioni.
Il primo si può definire come una ricerca volta ad analizzare con gli strumenti non solo storiografici il perché del genocidio e del tabù che ancora lo accompagna nella società turca, oltre a ovviamente presentare la documentazione che attesta la premeditazione del Governo turco, e in particolare del Comitato dell'Unione e del Progresso (CUP), nell'intento di eliminare il popolo armeno dal territorio del morente Impero. Così viene presentata una Turchia parzialmente inedita: la Turchia anti-occidentale di parte dell'elite politica, diffidente verso gli Armeni in quanto proiezioni della voracità territoriale russa ma non solo, che soffre di sindrome di accerchiamento e che vive un delirio quasi paranoico, ma non del tutto ingiustificato, di scomparire. Attraverso un'analisi prettamente sociologica si indaga in quella che Akçam definisce la “schizofrenia sociale del paese”, in cui non c'è piena coincidenza fra la politica e il diritto ufficiali e quelli consuetudinari, basati su una profonda diffidenza verso il modello occidentale, gli strumenti e i criteri democratici, popolo e classe politica e partiti politici fra loro. Il concetto di etnicità che mina lo stato nazionale oggi (con chiaro riferimento alla questione curda) viene paragonato al concetto di nazionalismo che minò l'Impero multietnico nel XIX secolo, che il Governo cercò di contrastare rinforzando il collante religioso e nazionale. Fatto che diede il via a una campagna di mistificazione culturale, nel nome dell'identità turanica, e di violenta turchizzazione.
La matrice psicologica del carattere degenerativo dei comportamenti politici viene rilevata nel panico e nell'incomprensione verso i moti secessionisti di quelli che erano ritenuti i sudditi protetti dall'Impero, e dallo smarrimento di fronte alla modernità, percepita come occidentalizzazione e quindi come netta frattura di civiltà, che ha portato a chiedersi come si dovesse essere, chi si dovesse essere. A questa domanda si rispose Turchi, cioè escludendo le minoranze etniche, e procedendo, con precise responsabilità di pianificazione mirata, alla loro eliminazione, per mezzo di deportazione forzata - come nel caso dei Greci - e di deportazione e massacri – gli Armeni - in un contesto in cui diversi telegrammi specificavano che per deportazione si intendeva eliminazione, in cui la fame e la mancanza di protezione non potevano che avere quella conseguenza. L'evoluzione del periodo post-bellico e della guerra di indipendenza, dai processi per i massacri alla presa del potere dal parte di Mustafa Kemal, vengono ripercorsi per spiegare perché i colpevoli non vennero per lo più puniti: intorno al genocidio nacque il un omertoso silenzio con lo scopo di non delegittimare le figure politiche implicate nonché il nascente stato nazionale turco.
Sarebbero ancora questi due fattori a pesare sulla coscienza dei cittadini e della Turchia, non pronta ad affrontare il peso della propria storia perché non salda nella certezza della propria identità. Ricorrendo a criteri di natura psicologica Akçam definisce questo comportamento “isterico-nevrotico”, volto a eliminare dalla propria memoria i traumi della perdita dell'Impero e dei crimini commessi per non inficiare le labili certezze su cui si basa la coscienza collettiva. Questa ipotesi viene sostenuta anche analizzando come altri temi vengono affrontati, dalla lotta di classe alla questione turca alla cultura islamica. Un testo originale, utile per riflettere sulle correnti sottostanti che condizionano la vita democratica turca, e che spiega senza toni polemici o rivendicativi il genocidio alla luce del disagio del declino dell'Impero e il lutto mai forse del tutto elaborato della sua scomparsa.
Il testo di Lewy ha invece un taglio più propriamente manualistico. La prima parte del testo ricostruisce la condizione armena nel XIX secolo nell'Impero Ottomano, le conseguenze dei tentativi di riforma del potere centrale e prende in esame la genesi del movimento rivoluzionario armeno e il supporto – o meno - fornitogli dalle potenze straniere, fino ai primi massacri del 1894-6, assimilabili a dei pogrom e alla presa del potere dei Giovani Turchi. Nella seconda parte vengono messe subito a confronto le due storiografie, turca e armena, per ricostruire i fatti accaduti dal 1910 al 1920, cioè dall'ipotizzata pianificazione della “soluzione finale” per gli Armeni, cui l'autore non crede, ai processi svoltisi per i massacri. Vengono presi in considerazione i documenti su cui si basano gli storici armeni (in particolare si polemizza molto con le fonti date per certe da Dadrian, più volte oggetto di attacchi nel corso della disquisizione), ripercorsi gli eventi bellici e la rivolta di Van, il sostegno armeno agli alleati e viene isolato l'operato di Cemal Paşa, rispetto al vertice del CUP, in difesa degli Armeni. Ancora all'esame della documentazione è dedicata la parte terza, dove vengono anche riproposte le modalità di deportazione, i testi dei decreti, i comportamenti delle autorità locali, dei membri del CUP, del sultano e del suo enturage, sostenendo la teoria che le responsabilità degli eccessi avvenuti durante la deportazione siano da imputare ai primi due, punto su cui si torna nel delineare chi perpetrò i massacri, e affermando che le diverse modalità di deportazione rispecchiano la non volontà dell'eliminazione sistematica di tutta la popolazione armena, confermato dal successo di alcuni rinsediamenti.
L'ultima parte è dedicata a esaminare l'attuale stadio della controversia, e muove dall'assunto dell'autore della non premeditazione, per cui l'alto numero di vittime (che stima intorno al milione), siano da imputare a negligenza e condizioni belliche, e all'uso strumentale del genocidio e della sua negazione da parte sia armena che turca. Convincente in alcuni passaggi di ricostruzione storica, il testo si presta però a critiche sull'utilizzo di espressioni che male si prestano alla puntualità della ricerca. In particolare a proposito delle testimonianze dei sopravvissuti, si dice: “[...] questi ricordi non riflettono tanto la realtà, né ricostruiscono la storia, quanto, piuttosto, forniscono una versione della realtà conforme alla personalità, alle percezioni e all'esperienze del testimone sopravvissuto”(p.193), gettando quindi discredito su un importante strumento quale quello della testimonianza diretta cui è riconosciuto anche valore giuridico. E ancora lascia assai perplessi la constatazione con cui si apre la stima degli Armeni deceduti a causa della deportazione: “[...] sebbene si possa determinare, in via peraltro molto approssimativa, il numero degli Armeni sopravvissuti a tribolazioni e patimenti, non c'è poi modo di distinguere tra gli Armeni morti di fame o di malattia, e quelli uccisi. Anche la popolazione musulmana pagò uno scotto molto elevato in termini di decessi causati da fame e malattie; sicché si può affermare che numerosi Armeni sarebbero morti comunque d'inedia anche se non fossero stati deportati” (p.305), il che equivale a dire, anzitutto, che c'è differenza fra la morte di un deportato ucciso e uno morto durante la deportazione, poniamo, di tifo. Ma anche che comunque per le condizioni in cui versava l'Impero Ottomano forse il bilancio di vittime per la popolazione armena non sarebbe stato molto diverso. Facendo un confronto di termini con uno altro sterminio di massa che si può considerare paradigmatico, l'Olocausto, sarebbe come dire che chi è morto nelle camere a gas ne è stato vittima, chi per sfinimento non altrettanto, e che gli Ebrei residenti a Dresda, per esempio, anche se non fossero stati deportati, sarebbero probabilmente morti sotto le bombe. Tesi di questo genere mal si accordano con la necessaria prudenza valutativa che urge quando si parla di crimini contro l'umanità. Un'ultima citazione getta un'ombra molto negativa sulla concezione del diritto espressa nel testo. “Stabilito che gli Armeni erano le vittime, non è detto che tutti fossero vittime innocenti, e la tragedia che li colpì non avvenne del tutto immotivata” (p.333). Fermo restando che non si può applicare la percezione contemporanea del diritto all'Impero Ottomano della prima guerra mondiale, va però detto che i supposti colpevoli di tradimento in genere hanno diritto a un processo e a una pena proporzionata, una volta accertate per vie legali le responsabilità, che comunque non possono mai finire per essere la giustificazione per un massacro di massa.
La comparazione della documentazione fornita dai due testi non fornisce una risposta univoca sulla premeditazione del genocidio, altra ne servirebbe, se si potesse avere accesso agli archivi turchi che porterebbero ancora celare gli originali degli ordini emessi dal CUP durante la deportazione. Tale carenza viene lamentata da entrambi gli autori. Anche ammesso che gli originali siano stati conservati, sicuramente non vi si troverà mai la parola genocidio, che non rientrava nel lessico del periodo, ma potrebbero certo fornire ulteriori informazioni sulle intenzioni dei mandatari della deportazione, fermo restando che, al di là delle intenzioni, la gestione della deportazione stessa, il costo in termini di vite umane, il trauma per la comunità che ha subito i trattamenti inumani mettono di fronte a un fatto che difficilmente può non essere definito genocidio.