La centralità strategica dell’area del bacino mediterraneo è stata testimoniata nei secoli dalla storia dell’umanità. Tuttavia oggi, in una situazione internazionale turbolenta e dagli esiti imprevedibili come l’attuale e di fronte all'accendersi di nuovi conflitti in Medio Oriente, a molti pare uno scenario ardito considerare il Mediterraneo non come frontiera di scontri, ma come laboratorio di civiltà, messo in moto da una strategia volta a promuovere lo sviluppo sostenibile tra le due sponde e a garantire sopra ogni cosa la stabilità politica e la sicurezza in tutta la regione.
La funzione di anello di congiunzione tra Nord, Sud e Oriente, il transito di attività commerciali, la presenza di risorse energetiche fondamentali le assegnano il rango di area di vitale importanza per l’UE, tanto che la storia delle relazioni internazionali tra la Comunità Economica Europea ed i vari paesi della sponda Sud del Mediterraneo ha preso avvio dalle origini di questa, sia pure in forme differenti nel tempo.
Già a partire dagli anni Sessanta la Comunità ha sempre sostenuto schemi di cooperazione regionale e di integrazione nella zona, fino alla tappa più recente di questo percorso che nel 1995 si concretizza con la sottoscrizione della “Dichiarazione di Barcellona” da parte dei 15 partner comunitari (divenuti 25 dopo il recente allargamento) e di 12 paesi della sponda Sud, tra cui l’Autorità palestinese ed Israele. La Dichiarazione di Barcellona si propone la creazione di un’area di libero scambio nella regione mediterranea finalizzata allo sviluppo industriale, dove l’integrazione orizzontale (Sud-Sud) completa e sostiene l’azione bilaterale (Nord-Sud). Essa non intende sostituirsi alle iniziative precedenti ed è suddivisa in tre capitoli: pace e stabilità; partnership economica e finanziaria; problemi sociali, culturali e diritti umani. Nessun capitolo ha un rilievo maggiore rispetto agli altri, ma a ciascuno è assegnata pari importanza in quanto l’UE intende legare strettamente la parte commerciale e finanziaria alla applicazione delle riforme politiche.
Il completamento dell’area di libero scambio è prevista per il 2010 (ma potrebbe anche slittare) e l’eliminazione delle barriere tariffarie e non tariffarie avverrà mediante negoziazioni tra i partner, in base ad un calendario prestabilito e in accordo con le disposizioni del WTO. Si tratta degli Accordi di Associazione euromediterranea tra l’UE e i partner mediterranei, nonché degli Accordi di Libero Scambio tra i paesi mediterranei stessi che vanno ad accrescere l’integrazione orizzontale e che dovrebbero favorire la completa liberalizzazione commerciale nella regione. Nel 2001, con l’Accordo di Agadir, si è registrata una tappa importante di questo processo in vista di un’Area di Libero Scambio tra Marocco, Tunisia, Egitto e Giordania; resta comunque aperta la possibilità di adesione per ogni altro paese della regione.
Nel quadro della cooperazione finanziaria necessaria al raggiungimento dell’Area di Libero Scambio nel 2010, il Consiglio europeo ha deciso uno stanziamento iniziale di quasi 5 miliardi di euro, cui si debbono aggiungere i prestiti della Banca Europea degli Investimenti per un analogo ammontare. Tra l’altro, si è stabilito che i paesi che non riusciranno entro la fine dell’anno fiscale ad utilizzare i fondi ottenuti nel quadro del programma MEDA perderanno il residuo a favore di altri che presentano performance più soddisfacenti, introducendo di fatto un elemento di condizionalità sia economica che politica alla cooperazione con questi paesi.
La partnership euromediterranea e il Processo di Barcellona vengono compresi e sostenuti nell’ambito della politica di vicinato che l’UE ha messo in campo nel 2003 relativamente alle relazioni con i paesi non comunitari. Com’è noto, la politica di vicinato assegna un’alta priorità alla creazione di relazioni privilegiate con i paesi vicini sulla base dell’impegno reciproco a rispettare valori comuni nel campo dello sviluppo sostenibile e del rispetto dei diritti umani ed è volta ad appoggiare gli obiettivi della strategia della sicurezza europea e della costruzione di confini sicuri. La novità principale rispetto alle politiche precedenti sta nel fatto che con la politica di vicinato, mediante lo strumento del Piano d’Azione, si calibrano su ciascun partner le priorità in modo specifico in base alla sua posizione geografica, alla situazione economica e politica e ad altre circostanze specifiche della realtà locale, facilitando in tal modo anche la soluzione di problemi che emergono dalle relazioni bilaterali. La politica di vicinato opera attraverso uno strumento finanziario ad hoc destinato a sostenere anche la cooperazione transfrontaliera; l’intervento finanziario si fonda su programmi già esistenti, come MEDA e la Banca Europea degli Investimenti, cui si aggiungono nuovi strumenti armonizzati.
Fino ad oggi il Processo di Barcellona e la partnership euromediterranea, peraltro, non hanno innescato i risultati attesi né in materia di partnership economica e finanziaria, né in materia di sicurezza politica. Da una parte, il persistere di problemi di inquinamento ambientale, la mancanza di sicurezza energetica e l’insufficienza di acqua disponibile contrastano con l’obiettivo dello sviluppo sostenibile. Dall’altra, il perdurare delle tensioni tra Israele e l’Autorità palestinese e il groviglio della situazione mediorientale, il punto morto cui sembra giunto il dialogo tra i paesi arabi e Israele, la recente guerra in Libano dimostrano che fino ad oggi la cooperazione euromediterranea non è stata capace di fornire un contributo significativo per fronteggiare tensioni, guerre, terrorismo e fondamentalismo.
La cooperazione euromediterranea e il Processo di Barcellona, del resto, non hanno prodotto sostanziali miglioramenti neppure in materia di sviluppo economico, politico e sociale dei paesi coinvolti, ma si sono visti solamente alcuni progressi nelle relazioni e nella cooperazione politica e finanziaria tra i partner della sponda Sud. Di fatto sta emergendo una nuova tendenza verso il regionalismo tra i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente a testimonianza di una maggiore integrazione Sud-Sud, ma la maggior parte di questi paesi risulta scarsamente integrata nel sistema internazionale, anche se leggermente migliore si dimostra l’integrazione dei partner dell’Unione Araba Magrebina e dei firmatari degli Accordi di Agadir. In effetti si sono indeboliti i legami economico-strutturali con l’eurozona e anche i vantaggi commerciali si sono ridotti a causa della diminuzione delle imposte doganali.
Peraltro, gli insoddisfacenti risultati sul piano della cooperazione economica e finanziaria rischiano di mettere in pericolo la “strategia del basso profilo” (low politics strategy) adottata dall’UE per raggiungere gli obiettivi di stabilità e di sicurezza. Com’è noto tale strategia - impiegata anche nel caso dell’adesione di Spagna e Portogallo prima, e dei paesi dell’Europa orientale poi - si fonda sul fatto che le forze di mercato vengono usate come forze di democratizzazione per via degli effetti di spill-over che trasmettono alla politica. Quando esiste il consenso del governo e della classe politica, il libero scambio e la liberalizzazione economica interna, in presenza di bassi salari, vanno a incidere favorevolmente sugli investimenti e sugli investimenti esteri diretti, con l’effetto di stimolare i redditi da esportazione, migliorare le bilance commerciali e ridurre il livello del debito estero. Nel frattempo gli investimenti, creando lavoro, migliorano gli standard di vita col risultato che la stabilità politica e sociale ne risulta rafforzata e si fa più forte la spinta verso la liberalizzazione politica e la transizione alla democrazia. Si tratta di un processo di lungo periodo, ma questo è il meccanismo che ha portato negli anni al buon risultato raggiunto dal processo di integrazione europea. Gli scarsi passi in avanti fatti fino ad oggi nel campo della cooperazione economica e finanziaria con i paesi dell’area, tuttavia, al momento risultano assolutamente insufficienti ad innescare il processo messo in moto dalla low politics strategy, in particolare perché l’integrazione con l’UE non è riuscita a generare il previsto afflusso di investimenti esteri diretti.
Non va poi trascurato il fatto che nel lungo periodo l’allargamento verso Est potrebbe spiazzare le esportazioni dei paesi mediterranei verso l’UE, mentre la politica di vicinato potrebbe creare una diversione di flussi finanziari europei, che anziché affluire al Sud potrebbero venire dirottati verso i paesi vicini non mediterranei, aggravando ulteriormente la problematicità della situazione.
La regione mediterranea e la sicurezza ai confini dell’UE, in ogni caso, investono una rilevanza strategica per l’UE, la quale si trova a far fronte, sia al Processo di Barcellona, sia alla sfida del processo di allargamento. Una soluzione potrebbe essere quella di riequilibrare anche in termini finanziari da una parte i rapporti tra l’EU ed i paesi dell’Est e dall’altra le relazioni con i paesi mediterranei. Una proposta ulteriore riguarda la messa in atto della prevista Banca Europea Mediterranea di Sviluppo, che potrebbe agire come agenzia della BEI, sia pure con potenzialità limitate e alla quale assegnare un ruolo autonomo.
Questi argomenti costituiscono oggetto del libro Sustainable development and adjustment in the Meda countries following the EU enlargement, a cura di F. Praussello, appena pubblicato dalla Franco Angeli. Il volume è corredato di molti approfondimenti in materia. Tra i numerosi argomenti si parla dei cambiamenti ecologico-ambientali e si indaga sulle strategie e sulle politiche più efficaci per uno sviluppo sostenibile; di scenari della sicurezza nel quadro del Processo di Barcellona; dei problemi di sicurezza energetica in considerazione del nuovo quadro dell’offerta di energia in Europa; del processo di integrazione e di cooperazione lungo le linee Nord-Sud e Sud-Sud; dei principali indicatori socio-economici; degli effetti negativi della liberalizzazione commerciale; di tecniche econometriche per misurare i legami Nord-Sud; delle differenze di policy rispetto all’allargamento ad Est.
Il libro rappresenta il frutto di uno sforzo di ricerca articolatosi su due anni redatto - con il sostegno dell’UE e nel quadro dell’Azione Jean Monnet - da un gruppo di giovani ricercatori provenienti da diverse università euromediterranee, coordinati da Franco Praussello, direttore del Polo di eccellenza Jean Monnet dell'Università di Genova. Il consorzio dei partner universitari vede la presenza dell’Università di Cipro, Genova, Atene (Università Panteion), da una parte, e dell’Università del Cairo, di Istanbul, di Rabat e di Tunisi, dall’altra.
Il progetto vede anche nascere presso l’Università di Genova, e con il contributo di una rete internazionale di ricerca, un osservatorio multidisciplinare per lo studio dei temi relativi allo sviluppo sostenibile tra le due sponde del Mediterraneo attraverso il monitoraggio dei cambiamenti sociali, politici ed economici dei paesi dell’area. Con l”Osservatorio europeo per lo sviluppo sostenibile del Mediterraneo” (http://emo.pspa.uoa.gr/node.php?n=home) ci si propone l’obiettivo di creare un vero e proprio centro di documentazione per quanto riguarda la storia, la politica e l'economia dei paesi della regione, capace di rappresentare un punto di riferimento ed un canale efficace per la diffusione di informazioni e notizie relative ai paesi che si affacciano sul bacino mediterraneo.
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Mafalda Marenco è titolare di cattedra Jean Monnet di Economia dell’Unione Europea; presso l’Università di Genova è docente alla Facoltà di Scienze Politiche di Politica economica nel Corso di laurea triennale in amministrazione, organizzazione e gestione delle risorse umane; Politica economica II nel Corso di laurea specialistica biennale in Scienze delle Pubbliche Amministrazioni e delle Organizzazioni Complesse e di Economia politica presso la Facoltà di Scienze della Formazione.
I settori di ricerca della quale si occupa sono: Economia europea, Economia dell’istruzione e del capitale umano, Economia dell’informazione, Economia applicata.
La professoressa Marenco ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra le più recenti segnaliamo:
-Reforming the CAP in the Response to Eastward Enlargement of the EU, in Praussello F. (ed.), The Economics of Eu Enlargement, F. Angeli, Milano, 2003.
- Impact of the Doha multilateral round on the Southern and Eastern Mediterranean Countries, con Franco Praussello, Working Paper, n.10-2003, Agosto, Università di Genova, DISEFIN - Dipartimento di Scienze Economiche e Finanziarie.
-L’evoluzione dei rapporti con l’estero dell’economia ligure, in Praussello F. (a cura di), La componente estera nell’economia della Liguria, DISEFIN, Università di Genova, settembre 2003.
-Paul De Grauwe, Economia dell’unione monetaria, quarta edizione, Il Mulino, Bologna, 2001, recensione, AUSE Notizie, Anno XIII, n. 1, 2004.
-Introduzione, in Marenco M., a cura di, sous la direction de, Nuove forme di comunicazione nell’Europa del Secolo XXI, Nouvelles formes de communication dans l’Europe du siècle XXIème, Franco Angeli, Milano, 2004.
-Economia dell’informazione: un nuovo paradigma, in Marenco M., a cura di, sous la direction de, Nuove forme di comunicazione nell’Europa del Secolo XXI, Nouvelles formes de communication dans l’Europe du siècle XXIème, Franco Angeli, Milano, 2004.
-Giustificazioni ed effetti della garanzia del posto di lavoro per i professori universitari, in Pittaluga G. B., a cura di, Scritti in memoria di Giorgio Della casa, Bozzi, Genova, 2006.
-The stakes of Southern and Eastern Mediterranean Countries within the Doha Development Agenda, with Praussello F., in Praussello F, ed., Sustainable Development and Adjustment in the Mediterranean Countries Following EU Enlargement, Franco Angeli, Milano, 2006