Il Senatore Francesco Martone è membro della 3ª Commissione permanente (Affari esteri, emigrazione), e membro della Delegazione parlamentare italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO. Nella precedente legislatura ha ricoperto il ruolo di Segretario della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani.
Il Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti umani nella sua 85° sessione tenutasi a Ginevra nell’ottobre/novembre 2005, ha esaminato il quinto rapporto periodico del Governo italiano sull’attuazione, da parte dell’Italia, del Patto Internazionale sui diritti civili e politici.
Al termine della sessione, il Comitato ha deciso di adottare su cinque questioni la procedura speciale di follow up chiedendo al Governo italiano di fornire – entro un anno – informazioni dettagliate in merito. Ad oggi non risulta che il Governo abbia assunto alcun provvedimento. Quali sono le Sue informazioni in proposito?
Al momento di quest’intervista non mi risulta che il governo abbia ancora ovviato al grave ritardo verso il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani. La questione non è solo burocratica o di forma, bensì di sostanza, visto che alcuni dei rilievi fatti dal Comitato riguardano tematiche chiave nel dibattito politico attuale, e vanno dall’indipendenza della magistratura, al conflitto di interessi, fino al tema della discriminazione dei ROM, all’urgenza di fare chiarezza e giustizia sui fatti del G8 di Genova e del Global Forum di Napoli del 2001. Vale la pena di ricordare che il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani, composto da 18 esperti indipendenti, esamina i rapporti governativi periodici che gli Stati parte del Patto sono tenuti a presentare normalmente ogni cinque anni, sulle misure intraprese ed i progressi compiuti per l'attuazione dei diritti civili e politici riconosciuti dal Patto. Nello specifico, il Comitato esprime preoccupazione per la riferita persistenza di trattamenti inumani posti in essere dalle Forze di polizia in Italia ed esorta il governo italiano a perseguire eventuali responsabili di tali maltrattamenti, nonché a tenere informato il Comitato sui processi in atto nei riguardi di agenti dello Stato sui fatti di Genova e Napoli nel 2001. In particolare, va sottolineato il caso dei ROM, e degli abusi commessi nei loro riguardi da membri delle forze dell’ordine, tra cui operazioni di polizia del tutto illegali nei loro campi. Lo Stato parte deve porre in essere immediate azioni volte a reprimere questi abusi e deve monitorare, investigare e (dove necessario) mettere sotto processo agenti di polizia che maltrattino gruppi vulnerabili. Al tempo della redazione del rapporto, era viva la preoccupazione sulla situazione a Lampedusa, relativa ai respingimenti alla frontiera, allo stato di degrado all’interno del CPT, ed alle continue violazioni delle normative internazionali sul diritto d’asilo. La situazione dei CPT e di Lampedusa sono stati poi oggetto di varie campagne ed iniziative da parte di organizzazioni per i diritti dell’Uomo, da Amnesty a Human Rights Watch alla Federazione Internazionale per I Diritti dell’Uomo (FIDH), e di rapporti ONU che ne hanno ulteriormente sottolineato la gravità. Se da una parte l’attuale governo sembra aver mutato parzialmente approccio (HRW riconosce che le espulsioni di massa verso la Libia hanno subito una battuta d’arresto), dall’altra persistono preoccupazioni in merito agli accordi con la Libia (tuttora tenuti segreti), all’esternalizzazione dei campi in quel paese, ed all’applicazione delle direttive comunitarie sull’asilo e sui cosiddetti “paesi terzi sicuri”.
Human Rights Watch ha anche sottolineato i rischi relativi ai programmi FRONTEX di pattugliamento comune delle frontiere marine, ed i ritardi da parte della Libia nel ratificare convenzioni importanti quali la Convenzione di Ginevra sull’asilo politico.
Altra questione è quella dell’indipendenza della magistratura: il Comitato rileva con preoccupazione che lo Stato parte ha fornito insufficiente informazione a proposito della misura entro cui, nell'adozione della nuova norma nel 2005, abbia tenuto conto delle raccomandazioni e dei commenti fatti non solo dagli esperti nazionali in materia, ma anche dal Relatore speciale della Commissione dei diritti umani sull'indipendenza dei giudici e degli avvocati.
Inoltre il Comitato aveva espresso preoccupazione circa l’indipendenza del settore audiotelevisivo e sull’inadeguatezza delle riforme attuate per affrontare le questioni della influenza politica sui canali, del conflitto di interessi e dell'alta concentrazione del mercato audiovisivo.
A detta del Comitato ciò potrebbe minare la libertà di espressione in modo incompatibile con l'articolo 19 del Patto.
Secondo il Rapporto 2006 di Amnesty International, l’Italia, nonostante il ruolo di rilievo svolto nella redazione dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale e la ratifica del medesimo, non ha ancora provveduto a promulgare norme attuative che consentano di indagare e processare presso i tribunali internazionali reati inseriti nel diritto internazionale o di cooperare con la Corte penale internazionale nel corso delle sue inchieste. Le risulta che siano in atto procedure legislative in tal senso?
Anche su questo va registrato un ritardo grave. Da qualche anno la procedura per l’adattamento dell’ordinamento nazionale agli obblighi derivanti dalla ratifica dello Statuto di Roma rimane bloccata, pare, su pressioni di settori del Ministero della Difesa. Esiste un gruppo di lavoro con il Ministero di Giustizia che nel corso della scorsa legislatura aveva svolto una ricognizione ed un lavoro di approfondimento delle tematiche connesse senza però sortire alcun effetto. Venne svolto un seminario internazionale a cura di Parliamentarians for Global Action (PGA,) che da anni si adopera a livello internazionale in sostegno alla Corte Penale Internazionale, e presentati alcuni disegni di legge mai discussi in Parlamento.
Nel corso di questa legislatura ne sono stati ripresentati alcuni - in Senato due - uno dal Senatore Enrico Pianetta di Forza Italia, e uno dal sottoscritto. Il primo limita le fattispecie di reato escludendo i crimini di guerra, quello a mia firma invece cerca di identificarne di nuove alla luce dell’esperienza e degli sviluppi relativi ai crimini contro l’Umanità. Obiettivo della legge di adattamento è quello di introdurre non soltanto norme di coordinamento della nostra legislazione penale, sostanziale e processuale, ai principi ed alle disposizioni dello Statuto della Corte penale internazionale, ma anche e soprattutto un sistema integrato di tutela giurisdizionale, volto a garantire, nel rispetto dei valori costituzionali e delle norme del diritto internazionale penale, la necessaria protezione nei confronti di condotte integranti le fattispecie criminose tipizzate nel suddetto Statuto. L’attuazione, da parte del nostro ordinamento, della giurisdizione primaria che lo Statuto attribuisce agli Stati firmatari, impone peraltro la predisposizione degli strumenti di diritto processuale penale idonei a garantire un’efficace cooperazione degli organi giurisdizionali interni con la Corte penale internazionale.Obiettivo finale è quello di creare un efficace sistema di prevenzione di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra, superando la soglia dell’ineffettività e dell’impunità che caratterizza purtroppo la repressione su base esclusivamente nazionale di tali delitti.
L’Italia non ha ancora introdotto nel proprio codice penale il reato di tortura così come definito dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Analogamente l’Italia non si è ancora dotata di una legge specifica e completa sul diritto di asilo. A Suo parere quali sono i motivi di questo ritardo?
Per quanto riguarda il reato di tortura, questo è al momento in discussione in Parlamento. La legge che introduce il reato di tortura rimase bloccata alla Camera nel corso della scorsa legislatura in seguito alla disdicevole iniziativa di alcuni partiti della maggioranza di allora di limitare l’ambito di applicazione e la definizione stessa di tortura come specificato dalle convenzioni internazionali vigenti. Oggi il disegno di legge che introduce il reato di tortura ha superato il primo “gradino” ed è in seconda lettura in Senato. C’è da augurarsi che l’iter proceda speditamente e che il governo contemporaneamente ratifichi il Protocollo Addizionale alla CAT (Convention Against Torture), che prevede meccanismi efficaci di ispezione indipendente in luoghi di detenzione o restrizione della libertà al fine di prevenire trattamenti inumani e degradanti. Per ciò che concerne l’asilo, va detto che in realtà il tema era trattato nell’ambito della legislazione Bossi-Fini sull’immigrazione. Con i regolamenti attuativi venivano istituiti sette distretti territoriali su tutto il territorio nazionale, competenti per valutare le richiese di asilo politico, nonché dei CdI (centri di identificazione), che nella pratica si sono rivelato del tutto assimilabili ai CPT. Assimilare lo status di richiedente asilo a quello del migrante è un errore concettuale e non solo. L’approccio che aveva caratterizzato la normativa sull’asilo politico in Italia era anch’esso “securitario” e rispondeva all’equazione secondo la quale qualsiasi richiedente asilo politico andava considerato come un potenziale immigrato clandestino. Questa logica va superata. In occasione dell’approvazione dell’ultima Legge Comunitaria a fine 2006, il parlamento ha recepito le direttive comunitarie sul diritto d’asilo (direttive che danno adito a numerose e fondate preoccupazioni come accennato in precedenza), come primo passo verso la costruzione di una legge organica sull’asilo politico.
Nell’ambito del dibattito sulla questione dei diritti umani nel nostro Paese, e specie dopo i tragici fatti che hanno visto coinvolti settori della Polizia, si è a lungo parlato dell’opportunità di dar vita a un Istituto Nazionale indipendente per la tutela dei diritti umani. Qual’è la Sua posizione in proposito?
Occorre fare un salto nel tempo per meglio comprendere l’importanza di tale istituzione nazionale indipendente giacché l’obbligo da parte dell’Italia risale a ben prima dei tragici fatti di Genova.
In seguito alla Conferenza dell’ONU sui diritti umani di Vienna del 1993 (alla quale ebbi il piacere di partecipare, allora in una delegazione di Greenpeace International), l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che invitava – ed invita tuttora – gli Stati membri a dotarsi di istituzioni nazionali indipendenti per la promozione e tutela dei diritti umani. Era il 2003. La scorsa legislatura, in Senato, sono stati presentati due disegni di legge, uno che rifletteva in gran parte i criteri fissati dall’ONU (i cosiddetti Principi di Parigi), ovvero quelli dell’indipendenza, autonomia, trasparenza, accessibilità, efficacia; l’altro che invece stabiliva che tale Istituzione dovesse essere emanazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, insomma il controllato che si faceva controllore. Questi disegni di legge sono stati ora ripresentati, mentre alla Camera si è concretizzata la possibilità di accelerare il processo d’approvazione di una legge che costituisca l’Istituzionale Nazionale inserendola nell’ambito del dibattito sulla legge che istituisce il garante dei diritti dei detenuti. Questo è un segnale importante, della volontà politica di metter mano al tema e di provare ad ovviare ad un ritardo che potrebbe mettere il nostro paese in grande difficoltà anche a livello internazionale, giacché da gennaio l’Italia entra a far parte del Consiglio di Sicurezza per due anni, e nel maggio 2007 dovrebbe formalizzare la richiesta di entrare a far parte del nuovo Consiglio ONU sui Diritti Umani. Non è solo per questo però che va costituita - e presto - un’Istituzione Nazionale. C’è una dimensione nazionale, nella quale l’Istituzione potrà assistere i parlamentari, le autorità pubbliche e di governo nel tener fede agli impegni presi dall’Italia nel campo dei diritti umani, prevenendo possibili divaricazioni tra legislazione e diritti umani. Un’istituzione nazionale permetterà di assicurare coesione tra le varie strutture ed organi che in Italia oggi si occupano di diritti umani, promuovendo una maggior consapevolezza nel settore pubblico e privato. C’è poi una dimensione individuale . Un’Istituzione Nazionale potrà informare i cittadini sui loro diritti umani e quelli degli altri. Senza informazione non ci potrà essere alcuna "esigibilità" dei diritti umani. Un’Istituzione Nazionale può trattare ricorsi di individui , sostenerli nei loro sforzi, formulare raccomandazioni alle autorità competenti. Potrà assicurare trasparenza nei luoghi dove si compiono o si rischiano violazioni dei diritti umani.
Come dice Richard Falk, autore di vari importanti saggi sui diritti umani e la società transnazionale: "E’ necessario un processo di internalizzazione dei diritti umani nella relazione tra stato e società. E’ lo spirito del controllo democratico che conta". E l’Istituzione Nazionale può contribuire in questa direzione. Ad una condizione e cioè che oltre alla sostanza si dia centralità anche al processo, ad un approccio partecipato che riconosca pienamente il ruolo di chi nella società civile, e non solo nel nostro paese, ha in questi anni lavorato duramente per questa sfida di civiltà, per ovviare a lacune e contraddizioni che non sono degne di stati che si professano democratici.
Nella scorsa legislatura Lei ha fatto parte, in qualità di Segretario, della Commissione straordinaria per i diritti umani del Senato. Può descriverci come ha vissuto questa esperienza?
Nella mia esperienza di attivista per i diritti umani, e nella scorsa legislatura di segretario della Commissione Diritti Umani del Senato, mi sono spesso imbattuto in una serie di contraddizioni culturali e politiche relative all’attuazione dei diritti umani che devono essere affrontate una volta per tutte. La prima riguarda la relazione tra interessi geopolitici e geoeconomici e promozione dei diritti umani. Emerge, nella pratica una grande lacuna per quanto riguarda la responsabilizzazione del settore privato, e l’estensione della sfera di applicazione dei diritti umani al settore economico e commerciale. La seconda riguarda il nodo sempre più complesso tra urgenza di assicurare la sicurezza della collettività e dei cittadini (elemento cruciale del contratto sociale tra Stato e cittadini) però - al contempo - garantire il pieno rispetto dei diritti di tutti gli esseri umani.
E’ il caso delle extraordinary renditions, della tortura per procura, di Guantanamo, e delle legislazioni di emergenza. A casa nostra di Abu Omar, Kassim Britel, Maher Arar ed altri malcapitati spediti, transitati a bordo di voli CIA e torturati in quanto presunti membri di Al Qaeda. O delle decine di migranti espulsi grazie al “Pacchetto Pisanu” sul terrorismo, spesso con il rischio di consegnarli alle patrie galere o al trattamento dei loro carcerieri. La terza riguarda l’indivisibilità, l’universalità e l’intergenerazionalità dei diritti umani, di quel nesso imprescindibile tra diritti di varie generazioni, quelli civili, politici, ma anche quelli economici, culturali, sociali ed ambientali, troppo spesso compressi o messi da parte in seguito all’applicazione di dottrine neoliberiste. Dal diritto al cibo, all’acqua, alla terra, alla casa, alla salute, all’accesso ai saperi, l’emergenza riguarda i cittadini di tutto il mondo, non solo quelli del cosiddetto Sud del Mondo, giacché ormai quella vecchia distinzione tra due emisferi del Pianeta non ha più senso. La quarta riguarda la pratica dei "doppi standard". Richard Falk nel suo "Human Rights Horizons" ci dice che alla fine quel che conta anzitutto è la necessità di prendere i diritti umani seriamente a casa propria - "taking human rights seriously at home". Troppo spesso - infatti - si tratta dei diritti umani come di un’appendice della politica estera, quasi solo declamatoria, per le ragioni accennate in precedenza, e si trascura un fattore essenziale, ovvero che non potrà esserci una vera affermazione dei diritti umani senza il superamento definitivo della politica dei due pesi e due misure. E’ un problema anche etico, di etica della politica, per la quale chi governa oggi deve tenere in considerazione diritti che prescindono dalle frontiere geografiche o da quelle fissate da un concetto restrittivo o ipocrita di sovranità. Per far ciò abbiamo anzitutto bisogno di cambiare la lente attraverso la quale valutiamo gli eventi ed i fatti di casa propria. E questo non riguarda solo i tragici fatti del G8 di Genova, o la questione ancor pressante delle violazioni dei diritti umani compiute nei Centri di Permanenza Temporanea. Ad esempio – e ce lo dice l’ONU – i tagli ai fondi sociali e per la casa comportano una violazione di un diritto umano, l’espulsione dei ROM, o lo sfratto forzato vanno letti non come problemi di ordine pubblico ma come violazioni dei diritti umani. L’impossibilità dei disabili di avere una vita degna sarà da considerare una violazione di diritti umani, come anche la difficoltà di un cittadino di un altro paese (extracomunitario) di venire nel nostro paese per costruirsi una vita degna. Anch’essa è una violazione di un diritto umano, quello alla mobilità. E che dire della mancata ratifica da parte dell’Italia di convenzioni internazionali importanti quali la Convenzione sui Diritti dei Lavoratori Migranti e delle Loro Famiglie, o quella OIL 169 sui diritti dei popoli indigeni e tribal? C’è bisogno – in ultima analisi - di un forte cambiamento di prospettiva culturale e politica nel nostro paese, perché è in questo cambiamento che si rinnova la democrazia, ed il rapporto tra cittadini e chi li governa.