PERIODICO DEL DIPARTIMENTO DI RICERCHE EUROPEE
UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI GENOVA
30
Manlio Masnata
Osservatorio Scenari Internazionali
Iran: futura potenza regionale o minaccia?
Il 9 febbraio scorso a Roma, nella splendida cornice dei Musei Capitolini, si è svolto, organizzato dal think tank Globe Research e dall’Università La Sapienza, un interessante convegno dal titolo “Iran’s emerging role - An assessment of Iran’s regional and international policy”. Al centro delle esposizioni dei relatori, ovviamente, l’attualità geopolitica nella Repubblica islamica iraniana. “E’ difficile capire l’Iran, uno Stato in cui la legittimazione politica è risultato di una fusione di elementi teocratici, autocratici e democratici”, questo l’assunto di partenza di Anoush Ehteshami della Durham University.
Ehteshami ha cercato di spiegare le cause dell’ascesa al potere di Ahmadinejad, l’attuale presidente, individuandole nei lati oscuri della precedente amministrazione, quella di Khatami. Quest’ultimo, esponente del blocco riformista, era stato eletto soprattutto coi voti dei giovani e dell’elettorato femminile, ma il rinnovamento da lui annunciato, specialmente in fatto di politica economica, non era arrivato, anzi: nel 2005, al momento delle nuove elezioni presidenziali si registravano una crescente disoccupazione, un alto tasso d’inflazione, investimenti dall’estero pressoché inesistenti, così come era di ben poco conto la rilevanza del settore privato.
A tutto ciò bisognava aggiungere una corruzione dilagante nella burocrazia e il crescere nella popolazione di sentimenti d’insofferenza per la politica estera di Teheran, poco attiva e spesso subordinata al volere di altri Paesi. “Ahmadinejad”, ha continuato Ehteshami, “è spuntato dal nulla, ma ha capito le necessità della nazione, lanciando una crociata contro il degrado morale e propugnando una politica internazionale più indipendente”.
Secondo Karim Sajadpour dell’International Crisis Group, i sostenitori di Ahmadinejad volevano migliorie all’economia e un leader forte che desse all’Iran un ruolo importante nelle relazioni internazionali, e per avere ciò essi erano disposti a rinunciare alla democrazia e al rispetto dei diritti umani. Sajadpour ha proseguito illustrando quale secondo lui è stato il motivo del fallimento di Khatami: la scarsa fiducia nel suo governo da parte di Washington. Gli Stati Uniti, ragionando con stereotipi vetusti di politica estera hanno finito per favorire l’ascesa dei conservatori, tradizionalmente poco favorevoli al dialogo tra i due Paesi. Adesso però gli USA vogliono tornare a parlare con Teheran, e i difficili rapporti israelo-iraniani e la questione nucleare diventano problemi secondari rispetto alla necessaria presenza strategica nell’area.
Il tema dell’atomica iraniana è stato ripreso da Steven Wright della Qatar University, che ha stimato in 10 anni il lasso di tempo di cui l’Iran avrà bisogno per dotarsi di ordigni nucleari in grado di essere lanciati. Wright ha purtroppo aggiunto che “l’ipotesi di uso della forza per evitare che ciò avvenga non è da scartare”. Un intervento americano (con l’appoggio di Israele) nell’area potrebbe provocare tracimazioni in altri conflitti mediorientali, in Libano (in virtù dei legami tra Teheran e gli Hezbollah), in Iraq e in Palestina. L’incomprensione nella reciproca visione della politica estera, secondo Wright, potrebbe determinare un rischio di escalation molto serio. Tuttavia vi sono due elementi che potrebbero scongiurare tale inasprimento. In primo luogo: i ritardi nel programma iraniano di arricchimento dell’uranio; in secondo luogo: la divisione interna al governo di Teheran sui fini del programma stesso.
Wright ritiene che l’amministrazione iraniana sia spaccata in due: da una parte i “conservatori ideologici”, guidati da Ahmadinejad e da Larijani, convinti della necessità di dotarsi della bomba per svolgere una più incisiva politica di potenza, dall’altra i “conservatori pragmatici”, secondo i quali bisognerebbe lasciar perdere gli armamenti atomici per ragioni d’opportunità, puntando a un programma nucleare di tipo esclusivamente energetico.
Un soggetto sovranazionale che può giocare un ruolo importantissimo nelle trattative sul nucleare, secondo Walter Posch dell’Institute for Security Studies di Parigi, è certamente l’Unione europea. L’Iran, secondo Posch, non ha mai del tutto convinto la comunità internazionale e l’UE delle intenzioni pacifiche del suo programma atomico, e spesso ha rigettato le proposte fatte da Bruxelles, ma il dialogo tra quest’ultima e Teheran non si è mai interrotto. L’impatto istituzionale dell’UE, quindi, non è così ridotto all’osso come spesso si dice: ogni volta che l’UE si è dichiarata disponibile a negoziare sul nucleare, il comportamento dell’Iran si è moderato.
Per Abbas Milani, docente della Stanford University, un attacco americano all’Iran sarebbe un errore tragico. “L’Iran ha ancora la possibilità di diventare una democrazia”, ha detto Milani, “ma una nuova guerra, dopo quella degli anni ’80 contro l’Iraq, frustrerebbe le ultime speranze, spingendo il Paese nel baratro”.
Lo studioso di Stanford ha inoltre proposto una analisi veramente cruda: alcuni esponenti governativi di Teheran sperano in un intervento armato statunitense, perché esso avrebbe come risultato il rafforzamento del partito conservatore, sul quale ricadrebbe il consenso di tutta la nazione. Abbas ha suggerito una similitudine tra gli esecutivi di Washington e Teheran, entrambi guidati da ideologie “messianiche”, che vogliono il caos per poter rimettere in discussione l’ordine precostituito.
Anche l’Iran ha però tutto da perdere da un possibile conflitto con gli USA: l'economia è attualmente in stagflazione e già 40 mila imprese sono fuggite dal Paese per rifugiarsi nella più attraente piazza finanziaria di Dubai.
Hillary Mann, già consulente del presidente Clinton, ha parlato alla platea dei possibili benefici che potrebbe avere la stabilizzazione dell’Iran. Benefici economici, con la possibilità di sfruttare le ingenti risorse di idrocarburi possedute da Teheran, ma soprattutto benefici geopolitici, traducibili in una soluzione delle questioni libanese e palestinese.
L’intervento di Nabi Abdullaev del Transnational Crime and Corruption Center si è invece concentrato sui rapporti Russia-Iran. Mosca, a differenza dei governi europei e degli Stati Uniti, non presta molta attenzione al programma atomico iraniano, pur avendo varato nel 2006 una legge che vieta, alle aziende russe, di trasferire tecnologia nucleare e missilistica a Teheran. Per l’entourage del presidente Putin, sempre secondo Abdullaev, il vero interesse della Russia è evitare che un importante vicino come l’Iran resti isolato. Questo danneggerebbe gli interessi economici che la Russia ha nella Repubblica islamica iraniana, soprattutto in campo energetico: importanti gruppi come Gazprom, infatti, si stanno assicurando nel Paese proficui contratti per l’estrazione delle risorse naturali.
Il discorso sui rapporti russo-iraniani è stato ripreso da Flynt Leverett della New American Foundation, il quale ha sostenuto che Teheran potrebbe prendere spunto dalla politica estera di Putin, che ha usato i proventi dell’energia per recuperare l’influenza strategica perduta, specialmente nell’Europa Orientale e in Asia Centrale. Ahmadinejad potrebbe “emulare” Mosca, al contempo però cercando di riavvicinarsi all’Occidente: alla fine in Iran i pochi investimenti diretti esteri arrivano in special modo da Giappone e Germania.
E il mondo arabo? Come guarda all’Iran? Gli interventi dei diversi relatori sono stati concordi su un solo punto: non tutti gli Stati mediorientali vedono di buon occhio Ahmadinejad. A Beirut, per esempio, si parla di “neo-imperialismo persiano”, trovando l’attuale politica internazionale iraniana non dissimile da quella fatta in passato dallo Shah.
L’intervento finale è stato quello del ministro dell’Interno italiano Giuliano Amato, che è ritornato sull’indispensabile ruolo che può e deve giocare l’UE nei negoziati tra Iran e USA. Secondo Amato l’UE deve essere una potenza regionale in grado di assicurare stabilità a pace nelle aree a essa limitrofe.
E’ questo l’ennesimo appello a un ruolo forte dell’Europa nella prevenzione e soluzione delle crisi internazionali: a quando però i primi passi concreti?
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