PERIODICO DEL DIPARTIMENTO DI RICERCHE EUROPEE
UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI GENOVA
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Mons. Franjo Komarica
La Chiesa non può e non deve tacere
Lunedì 26 marzo alle ore 11 presso l’aula 6 dell’Albergo dei Poveri ha avuto luogo il seminario “La minoranza cattolica in Bosnia Erzegovina”, organizzato dal Dipartimento di Ricerche Europee dell’Università degli Studi di Genova e dalla Caritas Diocesana  di Genova
All’incontro, moderato da Silvio Ferrari, docente di Lingua e Letteratura Serba e Croata nell’Università degli Studi di Genova, sono intervenuti il giornalista Emiliano Bos e  Mons. Franjo Komarica  vescovo di Banja Luka.
Pubblichiamo l'intervento di Mons. Komarica sulla drammatica realtà del suo paese e il confronto con gli studenti che ne è conseguito.


Domanda di uno studente: Lei ha espresso decisamente il ruolo che ha avuto la Chiesa e la comunità cattolica. Volevo chiederLe il ruolo che può avere il mondo accademico, il mondo della cultura per promuovere un dialogo.

Komarica: Innanzitutto noi ci attendiamo dall’Europa e dai Paesi che svolgono una funzione di protettorato, perché noi questo siamo o almeno di semi protettorato, che ripristinino e svolgano un ruolo di riaffermazione dei diritti generali.
Per noi rimane ancora un assioma categorico la constatazione che l’Europa ha fatto fallimento almeno su questo piano, almeno sul nostro territorio. So che è una frase terribile.
Sotto questo profilo, se la Bosnia riuscirà a sopravvivere, riuscirà a sopravvivere anche l’Europa almeno sotto il profilo dell’affermazione del diritto.
Perché non c’è in Europa, da nessuna parte e su un territorio di tali dimensioni, una situazione in cui potrei enumerare altrettante differenze religiose, culturali e di relazioni di civiltà.
Quando a quei popoli o a quel popolo è stato consentito di farlo, quel popolo ha saputo trovare il “modus vivendi” per sopravvivere nel corso della storia.
Io ho avuto modo di dire, ma non solo in questa sede, bensì parlando con i responsabili della politica europea e mondiale, che constatavo con orrore di aver subito sul nostro territorio la effettuazione che si svolge solitamente su un poligono di tiro, come se in quel poligono continuassero le manifestazioni della prima e seconda guerra mondiale: dunque noi siamo stati una sorta di continuazione degli orrori delle due grandi guerre mondiali.
Io ho avuto modo di sentire, dalle forze responsabili della Nato, di aver atteso dal 1945 in poi l’occasione della Bosnia per poter manifestare all’antagonista, cioè alle forze dell’allora Unione Sovietica, oggi Russia, che la loro (dei Russi) strategia era destinata o sarebbe fallita.
Komarica cita quello che ha sentito: “Abbiamo avuto due occasioni per poter manifestare l’attuazione di questa strategia. Una poteva svolgersi nel Medio Oriente, intorno al Mar Caspio. Ci siamo astenuti dall’attuare questa strategia sul fronte appena citato perché avevamo timore di non poter arrestare l’effetto della guerra, soprattutto considerando la presenza di molte piccole repubbliche di orientamento islamico (Uzbekistan, Kazakistan…). Ed è questa la ragione per la quale abbiamo individuato un altro fronte, cioè un altro scacchiere: quello del territorio dell’ex Jugoslavia. Con un distinguo, e cioè non il settore orientale di questo territorio, bensì quello sud occidentale, dunque  Slovenia, Croazia, Bosnia come territori dell’ex Impero Asburgico, quindi come variante sud occidentale dell’ex Impero Austro Ungarico. Dunque in questa prima fase della guerra non era consentito attraversare il fiume Drina”.
Ferrari: Questo fiume tutt’altro che grande, che va poi a riversarsi in un fiume più grande, nella Sava, ha avuto sempre simbolicamente il ruolo di confine. Ha avuto sempre un significato di carattere squisitamente simbolico, indipendente dalla sua consistenza fisica.
Komarica: E perché la cosa appaia chiara si tratta del luogo fisico di confine tra l’Impero d’Oriente e quello di Occidente ancora dall’epoca dei Romani.
Ferrari: Ripeto ci troviamo di fronte a un fiume che non va valutato secondo la sua portata d’acqua, ancorché sostanziosa, ma per il fatto che è sempre stato considerato il luogo dove si guardavano due mondi, ripeto, dall’epoca romana.
Komarica: Mi hanno detto i miei interlocutori: “Dunque questa guerra si doveva fare perché venisse in qualche modo affermata la supremazia della nostra forza e perché al posto dei vecchi interlocutori sovietici si presentasse Vladimir Putin”. Dio mio che cosa ho dovuto sentire!!
undici anni fa, nel maggio del 1996, mi è successo di poter conversare nella stessa giornata con esponenti dei ministeri degli esteri addetti alle questioni europee e con il segretario del Presidente Chirac, il quale si trovava in quel momento negli USA.
In questa circostanza ho avuto modo di rimanere stupefatto perché, avendo avuto due colloqui, come se avessi pregato il Padre Nostro la mattina e il pomeriggio, alla mia osservazione critica: “Ma voi Francesi perché avete consentito che nel mio Paese venissero calpestati e cancellati tutti i diritti che sono stati invece la vostra carta da visita, quelli che avete contribuito a costruire voi nella civiltà europea?” - Naturalmente nella domanda era in gioco anche la condanna-.
Mi sono sentito dire, con mio grande stupore: “Dovete capirci perché per noi è difficile qui, adesso, sottoscrivere quella che è stata la nostra sconfitta nella Prima Guerra Mondiale. La nostra creatura, la costruzione alla quale abbiamo dato vita dopo la I guerra mondiale viene uccisa e voi pretendete che noi applaudiamo?”
Ferrari: Come vedete c’è una sorta di rovesciamento delle parti:  coloro che hanno dato vita alla creatura Jugoslavia, forse non solo i Francesi, ma anche gli Stati Uniti d’America, in particolare il Presidente di allora, che mi pare sia diventato, dopo la I guerra mondiale, l’uomo più popolare della Jugoslavia di allora. I Francesi dicono ai Bosniaci: “Voi pretendereste che noi applaudissimo nel momento in cui viene distrutta la nostra creatura, cioè l’ex Jugoslavia?”
Allora sono rimasto ancora più esterrefatto e ho chiesto: “Ma perché, durante la I guerra mondiale la Bosnia e Banja Luka combattevano per caso contro Parigi e contro la Francia?”. Hanno dovuto ammettere di no. Ho continuato nella mia risposta polemica dicendo: “Allora devo riconoscere che voi avete fatto una guerra tra di noi passando sui nostri corpi?”
Nella serata ho avuto prima un incontro di tipo religioso - la celebrazione della S. Messa - poi la cena con il cardinale Jean Marie Lustiger, primate di Francia, vescovo di Parigi e ci siamo messi a ragionare sulle cose che erano capitate durante la giornata.
Il Cardinale mi ha detto di non stupirmi perché egli ha avuto tre colloqui con l’allora presidente  Mitterand il quale anche in maniera aspra ha ribadito che la Chiesa cattolica e il Papa hanno la colpa principale della sconfitta della Francia durante la I guerra mondiale. Ha aggiunto che la decisione del pontefice Giovanni Paolo II di riconoscere, da parte della Santa Sede, Slovenia, Croazia e  Bosnia come repubbliche autonome dopo la presa d’atto dell’esito dei loro referendum ha accelerato notevolmente il processo alla base della guerra.
Komarica: Dunque noi stiamo espiando una colpa, la colpa di essere Cattolici e Papisti, nel senso di gente legata alla Chiesa di Roma.
Mi sono sentito dire prima a Parigi e poi in Inghilterra : “Noi non possiamo perdonare il fatto che i Croati sono la colpa della nostra sconfitta della I guerra mondiale”.
Pochi mesi dopo questo episodio ho avuto modo di parlare a Bonn con l’ex Cancelliere Kohl. Anche a lui ho mosso questa critica categorica: “Voi avete condotto guerre di prestigio e di rappresentanza nello scacchiere internazionale passando sui nostri corpi, sulle nostre realtà nazionali”. Kohl: “Anche Lei deve comprendere che cosa è successo a noi, che cosa pensiamo noi dello scacchiere e come stanno le cose dal nostro punto di vista. I nostri avversari non ci posso perdonare due cose: la nostra riunificazione e il fatto che siamo stati tra i primi con i nostri organi diplomatici, a riconoscere il nuovo stato di fatto  nella realtà dei Balcani.”
Questi sono soltanto “sassolini” per ribadire come in questa ottica l’Europa non sia unitaria né si sia comportata unitariamente.
All’inizio del 1996 ho ricevuto a Banja Luka l’Ambasciatore di Francia e l’Attaché culturale e abbiamo cominciato a ragionare su come, con gli Accordi di Dayton, si fossero aperte delle prospettive di vivere diversamente. In modo quasi aspro o comunque in modo persino un po’ aggressivo mi hanno detto: “Ma che Dayton! Lei deve dimenticarsi di Dayton. Il nostro Governo farà tutto quello che è in suo potere perché il testo degli Accordi non si realizzi”. Io ho risposto: “Ma, Dio mio, il vostro Presidente ha appena finito di sottoscrivere gli Accordi”. Gli interlocutori: “Sono pezzi di carta. Noi non consentiremo mai che gli Americani diventino padroni di casa in casa nostra e gli Accordi di Dayton sono figli degli Stati Uniti d’America”.
Due settimane dopo ho avuto occasione di conversare a Sarajevo con il Ministro degli Affari Esteri e con Holbrooke  creatore degli Accordi di Dayton. La mia domanda: “Il vostro Presidente è una persona seria? Perché, siccome è il Presidente dello Stato più importante del mondo, io ritengo sia una persona seria e quindi quando fa le cose sa quello che fa. Come fa un Presidente di un Paese così importante a non sapere quale è la situazione che si crea se dei cofirmatari di un accordo così importante come quello di Dayton mi dicono o mi hanno appena detto che la loro intenzione è di non consentirne l’attuazione?”.
Reazione statunitense forte: “Chi dice queste cose?”. Ho risposto: “Lo dicono i Francesi”.
Gli Americani: “Ma che tipi sono gli Europei. Sanno solo dare inizio alle guerre. Nel corso del XX secolo ne hanno aperte tre e senza il nostro intervento non avrebbero finito né la prima, né la seconda, né la terza”.
Komarica: Sassolini di questo genere potrei continuare a fornirne per altri tre giorni. Tuttavia questa è solo una parte del carattere non unitario tenuto dalla Comunità Internazionale nei nostri confronti. Vi darò un piccolo segnale dell’ignoranza e presunzione di Hans Van der Brooke, uomo politico olandese a capo del Consiglio dei Ministri nel ‘91. Nel ‘96 mi ha chiesto scusa per ben tre volte dicendomi: “Io sono pentito di avere assunto decisioni fatali per mia fatale ignoranza”. Sua espressione letterale, parlava tedesco. “Sono stato io ad aver dato luce verde a Milošević per cominciare la guerra. Io La prego, prego Lei e i suoi conterranei di perdonarmi perché cose di questo genere io non intendo farne mai più”. La mia risposta è stata: “Eccellenza, Lei, data l’ignoranza in cui era, come ha fatto a stare seduto in quella posizione di responsabilità ?”. Lei ha cinque consiglieri intorno a sé. Nessuno di loro allora era in grado di darLe qualche informazione e suggerimento? Io mi rammarico per la sua coscienza. Come ha potuto provocare e poi assistere a una situazione nella quale si sono visti centinaia di morti e più di due milioni di persone “schiantate” dalla loro vita abituale ?”.
Komarica: Riconosco che avendomi chiesto per tre volte scusa durante il colloquio, è uno dei pochi politici che abbia almeno espresso il suo pentimento.
Ancora un sassolino: nel Dipartimento di Stato americano, dove ho avuto occasione di essere per due volte nel 1996, ero in compagnia di molti senatori. Mi sono trovato davanti un uomo che mi ha detto: “Io sono la persona che rispetto allo scacchiere da cui Lei proviene decideva guerra o non guerra; ho deciso sì, la guerra. Ora ho deciso che là ci deve essere la pace”. Ho risposto: “Eccellenza, ma è terribile quello che sta dicendo. Anche nelle tombe, tra gli schiavi o fra coloro che sono ridotti in servitù c’è la pace, ma noi non siamo ancora morti e non vogliamo vivere da schiavi. Dunque quella che avete fatto è una pace inaccettabile”. Risposta dell’interlocutore: “Per me la cosa è indifferente. Il vostro ruolo adesso è il silenzio”.
Ferrari: Cita Tacito: “Quando hanno distrutto tutto dicono che è la pace”
Komarica: La testa ci fa male perché il copricapo che ci hanno fabbricato è troppo piccolo.
Sono almeno tre le personalità politiche di grande rilievo che lasciando il nostro paese per cessazione di mandato hanno usato questa espressione: “Oggi la Bosnia è vestita in una camicia di forza”. Allora come può essere che questo paese vestito con una camicia di forza ai vostri occhi appaia normale? Posso dire che questi sono i frutti di arroganza, ignoranza e cinismo.
Ho avuto occasione di parlare con l’Ambasciatore francese, che era presente il giorno della visita di Mitterand a Sarajevo, in tempi successivi. L’Ambasciatore mi riferì che Mitterand, di fronte alla sua domanda: “Presidente, ma lo vede questo inferno? Cosa dice in proposito?” rispose: “Non dico niente, anzi, penso che sia necessario mandare ancora delle altre armi in modo che questi selvaggi si facciano guerra e si annientino da soli tra di loro. Allora, dopo che si saranno scannati, avremo più pace in tutto lo scacchiere internazionale”.
Komarica: Che dite voi di questo?
Citazione latina: “Al bue non è consentito quello che è consentito invece al Dio”.
Noi non abbiamo diritto a essere persone né a Banja Luka, né a Sarajevo né in Bosnia Erzegovina. Perché non siamo per voi persone? Cosa possiamo fare noi se i diritti di cui voi godete qui a Genova per noi non sono la condizione abituale?
Ho avuto occasione di dire a degli interlocutori: “Perché continuate a considerarci delle bestie?”. Mi sono sentito rispondere: “Ma voi siete meno, siete come quelle pietre su cui si inciampa per strada e che neppure agli animali interessano”.
Mi sono sentito dire da rappresentanti del Parlamento Europeo: “Bisogna che vi mettiate in testa che voi per noi non siete nulla, non contate niente. Cosa conta la paglia che sta sul pavimento delle stalle, sotto ai cavalli? Dovete mettervi in testa che noi abbiamo altri scacchieri di cui occuparci, il vostro non conta”.
Komarica: Facciamo un po’ cambio: andate un po’ voi in Bosnia e noi veniamo un po’ qui?
Una delle mie grandi delusioni è stato il comportamento degli intellettuali. Secondo me gli intellettuali si sono comportati durante la guerra in modo davvero miserabile. Io cerco di capirli o almeno credo di capire più facilmente il vigliacco (kukavica, colui che ha paura, piange singhiozza per nulla). Di questi intellettuali dico che certamente una parte di loro si è adattata, hanno voluto salvare il loro privilegio, la loro funzione, ma vi è una parte con la quale bisogna essere più severi, perché sono stati disponibili ad accettare che si distruggessero tutti i valori di cui si dicevano portatori.
Per me si è rivelata particolarmente credibile la riflessione, la massima di A. Solzenicin il quale sosteneva che il confine tra il bene e il male, tra l’onestà e la disonestà, non sta tra un uomo e un altro uomo, ma passa nel mezzo, cioè passa dentro, attraversa ogni singolo uomo.
Nel momento drammatico, quello in cui bisognava comunque prendere posizione, gli intellettuali sono apparsi come davvero veramente erano, cioè si sono viste le diversità tra coloro che hanno saputo mantenere il loro ruolo e quelli che si sono “arresi”, che sono andati allo sbando.
Io ritengo che questo sia il frutto di una sistematica, crescente ateizzazione nell’ambito della cultura e della formazione, cioè dell’educazione. Io debbo constatare, mi fa piacere constatare, che ciò che sostengo sia proprio in questi giorni argomento degli interventi del Papa, trattati anche dal suo predecessore: “Una civiltà che caccia fuori la nozione di Dio è una civiltà che si trasforma in cosa e questa cosa è di scarso valore. Senza Dio l’uomo viene utilizzato e sfruttato a poco prezzo, anche per uno scarso valore”.
Noi siamo preoccupati di constatare il clima che vi è in questo momento nel Parlamento europeo e, se posso dirlo, non siamo nemmeno tanto preoccupati per la Bosnia, quanto di dove stia andando l’Europa e di quali siano gli orientamenti della più vasta comunità europea. A giudicare dai sintomi riconoscibili, noi abbiamo argomenti per essere particolarmente preoccupati.
Nel settembre del 2004 a Crakovia, a un simposio nell’Accademia Pontificia - il tema era “Che cosa possono e devono fare i cristiani nell’attuale condizione dell’Europa”-, ho avuto occasione di porgere a Santer la seguente domanda: “Perché  avete consentito, nonostante l’affermazione dei vostri principi, che la Chiesa potesse venire sradicata in particolare nella realtà che noi ben conosciamo?” Vi erano anche vescovi, uomini politici.  Avevo avuto occasione anche in precedenza di parlare con Santer e con Casini. Santer è arrossito e ha pubblicamente riconosciuto: “Noi vi abbiamo tradito, in questo senso ci siamo comportati senza dignità, non abbiamo avuto la dignità di scegliere. Tuttavia devo riconoscere che a Bruxelles siedono anche altre forze che a differenza di noi non sono state né reticenti, né vili, si sono date da fare, non sono state inermi”.
Komarica: Qui ho dato anche una parte ulteriore di risposta alla domanda “Che cosa può fare la chiesa?”. Casini e Santer sono tutti esponenti di orientamento e cultura cattolica. In altre parole ciò che si attende dalla Chiesa cattolica, come da quella ortodossa e dalle comunità ebraiche, di essere degni della propria fede, ossia “credibili”. Se siamo uomini, dobbiamo sentire il dovere di essere impegnati nei confronti di tutti gli altri uomini. Se crediamo in Dio e se crediamo in un Dio che si è fatto uomo, allora noi dobbiamo parlare. La Chiesa non deve tacere, ma deve avere la capacità di dire, perché questo è il nostro compito. E’ quello che vogliamo fare anche con l’apertura delle Scuole d’Europa. A Banja Luka abbiamo aperto la prima Accademia Europea del sud-est europeo. Il nostro patrimonio, la nostra ricchezza, vogliamo dividerli con i nostri vicini, con quelli che sanno riconoscere questi valori. Perché nella nostra scuola vi sono più non Cattolici che Cattolici, due su tre sono Serbi ortodossi; a Bihać vi sono più Musulmani che Cattolici.
Sono felice del fatto che in una risoluzione del Parlamento Europeo si faccia proprio menzione di queste scuole come esempio, modello, del modo di educare la gioventù.
E il Ministro delle Pubblica Istruzione della Repubblica Serba ha avuto occasione di dire, in mia presenza, davanti al Nunzio e pubblicamente in televisione che, pur essendo attive solo da due anni, queste scuole sono un modello. Ed è la ragione per cui esprimo qui la mia gratitudine a Dio, agli uomini, alla CEI, alla Renovabis tedesca e alla Caritas di Genova che ci hanno consentito di fare le cose che, seppure con fatica, stiamo facendo.
Dunque, nonostante le erosioni avvenute all’interno della nostra comunità, credo di poter affermare con umiltà, ma anche con fierezza, che la Chiesa cattolica ha ben da offrire ancora oggi al mondo e all’uomo contemporaneo.
Questo mi consente di confermare che noi restiamo comunque una comunità, certo di peccatori, ma proprio in quanto peccatori ci è consentito comprendere, pentirci e pregare Dio per non commettere peccati e di procedere in una direzione positiva. Dunque senza lasciar correre, che è il peggior errore. Noi dobbiamo invece fare il contrario, perché questa è la nostra peculiarità, non dobbiamo commettere il peccato di omissione.
Per questo, pur non essendo in buona salute, quando i cari amici della Caritas di Genova mi hanno proposto di essere qui, non ho omesso, non ho trascurato di essere con voi.

Domanda di uno studente: Oggi la Santa sede intrattiene numerose relazioni diplomatiche e partecipa a molte organizzazioni internazionali. Quale prospettiva pensa possa avere la politica vaticana in tale settore?

Non sono uno specialista o esperto della politica vaticana, ma per quanto ne so posso rispondere in questo modo: la politica diplomatica della Chiesa ha una Sua legalità e anche una Sua attività. Ogni nunzio è contemporaneamente rappresentante della Santa Sede sia presso le singole chiese territoriali, i vari vescovi e le comunità, ma anche presso i rispettivi Stati. In questo senso può avere più possibilità di altre comunità religiose e di altre comunità in generale. Questa è la stessa posizione del Nunzio nel mio paese.
In questo momento si è arrivati invece a una fase di tensione tra i rappresentanti politici musulmani e ortodossi. Ovviamente non è il mio compito adesso mettermi a parlarne, ma voglio aggiungere che in questa situazione entrambe le parti pregano il Nunzio di svolgere un ruolo di mediazione. In questo senso non voglio mica dire che i Croati, in quanto Cattolici, siano dei santi, hanno comunque, in ragione del loro ruolo, svolto una funzione di mediatori tra due forze più forti di loro, ma proprio per questo in conflitto. Per questa ragione mi tocca dolorosamente constatare che, nonostante questo, si trovano a essere cacciati in quanto Cattolici e si è fatto di tutto, direttamente o indirettamente, affinché venisse ostacolato il loro ritorno. Se vengono a mancare questi costruttori di pace disponibili al perdono e alla riconciliazione, la pace si fa più difficile. Ma noi ci siamo, noi siamo lì a Banja Luka,  la nostra intenzione non è di lasciare Banja Luka ed è per questo che abbiamo pregato il Papa di lasciarci un Nunzio: è nostra speranza che venga ratificato questo accordo che consentirà la presenza del Nunzio in Bosnia. Questo accordo, se verrà ratificato,  sarà un modello positivo per stabilire un analogo rapporto con i rappresentanti della Chiesa ortodossa e di quella musulmana. Purtroppo invece accade che, nonostante sia già trascorso un anno dalla sua ratifica, questo accordo non viene attuato.
Ditemi voi cosa intendete fare di noi. Vorrei veramente che ci venisse data una risposta sul che fare.
Dirò ancora solo una cosa: è dal ‘91 che sento il bisogno di interlocutori adeguati proprio da parte italiana. Voi restate un grande paese, un paese che conta, che ha grande influenza economica e culturale: avete così tanta intelligenza che non sapete più che farvene? Datecene un po’ anche a noi. Insegnateci un poco di umanità e di umanesimo. Di gente per bene non ve n’è mai troppa da nessuna parte; da noi è un genere carente. So che nel mondo ci sono molte persone per bene e il mio rammarico è che vorrei vederne tante qui nel vostro paese, i primi nostri vicini.
Sarebbe molto interessante se un piccolo gruppo di voi potesse venire da noi in un viaggio di studio. Proprio adesso, per la Pentecoste, vi sarà un incontro della gioventù: credo sarebbe utile se si potesse organizzare un piccolo incontro di studio.

Prof.ssa Bottaro Palumbo: In questo ambito, come Dipartimento di Ricerche Europee, stiamo organizzando un Laboratorio Mediterraneo interculturale. Saremo quindi felici di chiedere la Vostra collaborazione.
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