PERIODICO DEL DIPARTIMENTO DI RICERCHE EUROPEE
UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI GENOVA
Numero
30
L’impatto dei Giganti dell’Asia
Brian Walsh - Traduzione di Sara Minoggio
“The impact of Asia's Giants” dal sito del "TIME Magazine" del 26 marzo 2007.

Se ognuno di noi vivesse in media come fanno Cinesi o Indiani, non vi ritrovereste a leggere del riscaldamento globale. Infatti Cina e India emettono molti meno gas serra dell’efficiente e attento Giappone, della scrupolosa Svezia e in modo particolare degli Usa che “hanno alzato il gomito” con la produzione di gas serra. (Per quanto riguarda le emissioni di CO2, la media americana ha una responsabilità venti volte maggiore rispetto alla media indiana).
C’è solo un problema: in Cina e in India vivono 2,4 miliardi di persone e una gran parte di queste aspira a uno stile di vita totalmente americano. Inoltre grazie alla loro vertiginosa crescita economica i due paesi potrebbero presto raggiungere questo standard di vita tanto desiderato – con però un disastroso effetto sul clima del mondo intero.
La International Energy Agency (IEA) prevede che la Cina dal 2000 al 2030 emetterà da sola tanti gas serra quanti quelli prodotti dall’intero mondo industrializzato. Secondo il World Resources Institute, l’India, sebbene sia dietro la sua rivale asiatica, potrebbe vedere aumentate del 70%  le proprie emissioni di gas serra. Ma i tassi di crescita quasi raddoppiati, responsabili di tali proiezioni da incubo, mostrano anche un'opportunità ambientale. “ Qualsiasi cosa vogliate fare per l'energia pulita è facile farla dal principio” afferma David Moskowitz, esperto che ha anche consigliato i funzionari cinesi. “Ogni volta che costruiscono una centrale elettrica o un'industria, ne aggiungono una ad energia più pulita di quella precedente”. Se Cina e India, nel loro processo di sviluppo, possono mettere assieme la volontà e le risorse per saltare direttamente a un tipo di energia più pulita - al contrario dell'Occidente - il pericoloso cambiamento climatico potrebbe essere sviato. “Cina e India devono dimostrare agli altri paesi che lo sviluppo sostenibile è possibile”, dice Yang Fuqiang, vice Presidente della Energy Foundation a Beijing. “Non possiamo fallire”.
Il protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici non ha fatto niente per rallentare la crescita di Cina e India perché in qualità di paesi in via di sviluppo non viene richiesto loro di attuare dei tagli sulle emissioni di carbonio – ed è improbabile che questo cambi dopo che l’accordo sarà scaduto nel 2012. Entrambi i paesi stanno cercando disperatamente energia per far crescere l’espansione economica che sta tirando fuori dalla povertà i propri cittadini. Ma nonostante i coraggiosi investimenti in energie rinnovabili, la maggior parte dell'energia dovrà essere prodotta dal carbone, la sola fonte energetica tradizionale che posseggono in abbondanza. Barbara Finimore, direttrice del Natural Resources Defense Council’s China Clean Energy Program, stima che la domanda totale cinese di elettricità aumenterà di 2.600 gigawatt entro il 2050. Ciò equivale ad aggiungere quattro centrali elettriche da 300 megawatt ogni settimana per i prossimi 45 anni. Il consumo energetico dell’India è salito del 208% dal 1980 al 2001, persino più veloce di quello cinese. Ma quasi metà della popolazione non ha accesso all’elettricità in modo regolare – una questione a cui il governo sta lavorando. “Faranno ciò che potranno, ma è probabile che il numero complessivo delle emissioni diventerà molto più alto di quello che è ora”, sostiene Jonathan Sinton, che sta analizzando il caso cinese per la IEA.
L’ecologismo assume inevitabilmente un ruolo di secondo piano per lo sviluppo di Cina e  India, ma anche tra molti dei sostenitori del “pensare verde” appartenenti a quei paesi, il cambiamento climatico è visto come un problema meno urgente dell’inquinamento di acqua e aria: permane il sentimento diffuso per cui il mondo sviluppato, che si è arricchito mentre “vomitava” senza freni carbonio, dovrebbe addossarsi la maggior parte della responsabilità del cambiamento climatico. “La nostra causa pone l’attenzione sul fatto che gli Usa devono ridurre le loro emissioni”, dice Sunita Narain, direttore del Center for Science and Environment a Nuova Delhi. “ E’ inaccettabile e immorale che gli Usa non prendano il comando sul cambiamento climatico”. L'amministrazione Bush, a sua volta, ha rifiutato l’accordo di Kyoto, in parte perché i paesi sviluppati erano esenti dai tagli sulle emissioni. Inoltre la situazione di stallo tra gli Usa e i giganti asiatici ostacola da anni gli sforzi internazionali fatti in materia. Questo sembra cambiare e alcune spinte vengono da Beijing. Per la maggior parte della conferenza sul clima svoltasi a Montreal, gli Stati Uniti si sono opposti a qualsiasi discussione riguardo a ciò che dovrebbe essere fatto dopo la scadenza dei protocolli di Kyoto. Ma molte tra i maggiori paesi in via di sviluppo, inclusa la Cina quale forza pacifica ma molto presente, ha sostenuto ulteriori discussioni aiutando a recuperare i rapporti con gli oppositori americani dopo la rottura. “Al momento la Cina sembra più interessata degli Stati Uniti a questa causa”, afferma Elliot Diringer, direttore dell'istituto internazionale strategico Pew Center on Global Climate Change. Cina e India infatti sempre di più considerano la politica climatica come un modo di indirizzare alcuni dei loro attuali problemi - come la scarsità di energia e i disastri ambientali locali -  mentre fanno aiutare la comunità internazionale a pagare le spese. Grazie a centrali mal gestite e ad antiquate reti di distruzione dell’energia, Cina e India hanno gravi problemi di inefficienza energetica. La Cina impiega un’energia pari al triplo di quella statunitense per produrre un dollaro di potenza d’uscita. Ma questo significa che c’è molto spazio peril miglioramento, e risparmiare energia attraverso il taglio degli sprechi è meno costoso che costruire nuove centrali a carbone. In questo modo si riduce anche la dipendenza dall’energia straniera.
“L’efficienza è il vero punto debole”, dice Dan Dudek, uno dei principali economisti all’Environmental Defense. Beijing annuisce: il governo aspira a eliminare l’intensità energetica- la somma dell’energia usata relativamente al calibro dell’economia- del 20% entro il 2010. Le promesse ambiziose sono facili da fare- questo è ciò che si profila nei prossimi cinque anni- ma trovare la volontà e i fondi per realizzarle è assai complicato. Una fonte di finanziamenti è il Clean Development Mechanism, una parte dei protocolli di Kyoto che permette alle nazioni sviluppate di promuovere progetti sui tagli ai gas serra nei paesi in via di sviluppo in cambio di crediti in carbonio da usare per rispettare l’obiettivo delle emissioni dei gas. Quei progetti non richiedono nessuna svolta tecnologica. Uno studio del 2003 svolto dalla azienda CRA International ha scoperto che se Cina e India investissero completamente nella tecnologia come gli USA, il risparmio totale del carbonio nel 2012 sarebbe paragonabile a ciò che potrebbe essere raggiunto se ogni paese che ha aderito all’accordo di Kyoto rispettasse veramente il suo obiettivo.
Ma il quadro delle opportunità si sta chiudendo in modo rapido. Ogni passo in avanti compiuto oggi (come l’impegno della Cina nel rendere minori degli Usa le proprie auto-emissioni) rischia di essere sommerso dalla crescita domani (per esempio la Cina potrebbe avere 140 milioni di auto nel traffico sulle carreggiate nel 2020). Ciò che Cina e India hanno realmente bisogno di garantire allo sviluppo verde è ciò di cui il mondo necessita: un accordo post-Kyoto ampiamente accettato che sia abbastanza rigido da rendere proficua l’eliminazione delle emissioni dei carbonio.
Sebbene i tagli siano fuori dalla tavola di discussione ora, Beijing e Nuona Delhi sembrano voler discutere obiettivi più facili, come l’abbassamento dell’intensità di carbonio. Ma sentono che Washington deve assumere il comando. “E’ possibile per questi paesi raggiungere la crescita che meritano senza distruggere il clima”, afferma Diringer. “Non possono farlo per conto proprio. Deve avvenire attraverso gli Usa”.
Forse possiamo cominciare a farlo vivendo un po’ più come Cinesi o Indiani, prima che essi inizino a vivere come noi.
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