PERIODICO DEL DIPARTIMENTO DI RICERCHE EUROPEE
UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI GENOVA
34
Marina D’Antona
Sul Pensiero Meridiano di Franco Cassano
Sono molti coloro che oggi si interrogano intorno al Mediterraneo, spinti dalla nuova crucialità che lo investe, per trovarsi all'origine (come punto d'intersezione di assi cartesiane) dei fondamentalismi che come cancrena dilagano per il globo. Solitamente, gli esiti delle riflessioni oscillano tra il suo essere lago di pace o mare di guai. Ciò accade dal momento in cui la questione viene affrontata secondo i canoni della storiografia classica, quella  che presenta “al pubblico” l'elenco cronologico e sistematico delle vicende intercorse fra le sue acque, tra coloro che popolano le sue sponde: il Mediterraneo contenitore.
Vi è però poi un’altra corrente di pensiero che sorpassa l'annosa questione tra le due antinomie, alimentata da quanti guardano al Mediterraneo “personaggio”, riconoscendolo come soggetto unitario, pur composto da molteplici anime. Non interessa a loro stabilire se intorno al mediterraneo siano stati più i conflitti o i momenti di pace, un saldo algebrico,  ma, sancita l’innegabilità degli uni e degli altri costoro scelgono consapevolmente di valorizzare  i momenti e i passaggi di contaminazione pacifica tra le genti. All’interno di questo fiume carsico che la spinta degli eventi attuali richiama in maniera sempre più pressante alla superficie, si colloca Franco Cassano (sociologo della post-modernità) e il “Pensiero Meridiano”.
“Pensiero Meridiano”, è il pensiero consapevole del Sud che pensa se stesso, nato sulla sponda sud-ovest del Mediterraneo, dalla feconda mente di un altro grande scienziato-amante del mare interno, Albert Camùs.
Cassano si avvale del contributo del pensatore algerino come primo passo di un percorso teso all'individuazione di un nuovo paradigma, “svincolato dall'ideologia dominante” , l'egemone pensiero di nord-ovest e della modernità necessariamente  uni-versale, che in quanto tale percepisce e concepisce il Mediterraneo come una faticosa appendice, luogo di arretratezze, nostalgicamente ripiegato sul ricordo dei passati fasti, rassegnato ad una paradossale rincorsa, quella del suo stesso carnefice.
L'analisi di Cassano è multidimensionale, lucidamente realista nel registrare le modalità in cui si declina il pensiero egemone, sia la sua genesi, individuata nel momento in cui nello stesso Mediterraneo ha prevalso il sentimento della hybris ed ha ceduto il senso della Misura (il limite, dato dalle sue sponde) alla Volontà di Potenza (l'oceano), dando luogo a quello che Carl Schmitt chiama  il fondamentalismo del mare, la deriva atlantica. La conformazione attuale del mondo, lo sviluppo illimitato della sua forma tecnica, della sua sostituzione alla natura nell’essere “nume tutelare” , nasce proprio nell’oceano, laddove ogni contatto con la terra viene reciso, e la technè diventa per l'uomo l’ unica fonte salvifica. È da questo stesso momento che il Mediterraneo, vittima della sua stessa volontà di potenza, comincerà ad eclissarsi dal luogo centrale di cui godette nelle cartografie europee sin da prima dell'inizio della storia; e i suoi valori e le attitudini mediterranee, la lentezza, la ragionevolezza, diventeranno ormai subalterni a quegli atlantici, la velocità, la razionalità.
Il pensiero di nord-ovest diventa signore egemone, totalitario: incontrando altre culture ciò che produce non è ascolto, equilibrato interscambio, ma flusso massiccio  e unidirezionale di parametri, nuovi idoli e valori (nel senso numerario del termine), tanto che al posto di scambio culturale si parla di “deculturazione”. La deculturazione oggi in atto è quella che impone/oppone erga omnes il valore di sviluppo economico e, taglia vincente il traguardo quando i paesi “altri” si dichiarano “non-sviluppati”, accettando di giudicarsi secondo altrui parametri, ponendosi, dunque, “sua sponte” su un percorso alieno in posizione gerarchicamente inferiore, interiorizzando un senso di colpa e di marginalità, tanto più grande quanto maggiore è la distanza dal PIL di coloro che reggono l'asta della bandiera dello sviluppo economico.
Le reazioni dei “diversi”, dei “rimasti indietro”, secondo la categorizzazione data da Arnold J. Toynbee, possono essere ricondotte a due comportamenti tra loro alternativi: l’Erodianismo e lo Zelotismo. Erodiano è colui che assume l’Altro come modello e si propone di imitarlo; lo Zelota è invece colui che di fronte ad un rapporto sfavorevole, temendo di uscire sconfitto e umiliato dal tentativo di imitazione, rifluisce su una difesa arcaica e chiusa della propria identità. Adottando un atteggiamento di tipo adattivo il risultato che si ottiene è un’accelerazione del processo di decomposizione della cultura subalterna (lo sganciamento dai caratteri che potremmo definire in questo senso “recessivi” che assumono il valore di zavorra nel processo di rincorsa) in funzione della valorizzazione di tutto ciò che le consente di vivere nella nuova condizione. L’atteggiamento di senso opposto, quello repulsivo, porta ad una reazione tesa a salvaguardare l’identità della cultura subalterna attraverso la riproposizione settaria dell’attualità della tradizione e la demonizzazione della cultura dominante– ciò che per la maggiore passa sotto il nome di fondamentalismo.
Riconoscere le modalità e gli effetti dell'ideologia dominante, e, soprattutto, accorgersi che è tale non perché unica e ineluttabile, ma poiché frutto necessario di contingenze storiche  e scelte consapevoli, permette un atto cosciente di separazione, con la conseguente potenzialità di riappropriasi della usurpata dignità di soggetto pensante. Ponendo il Mediterraneo in condizione di concepire una sua visione  della modernità, è allora possibile un’interruzione del processo in atto, che vede le sue sponde alternate in comportamenti di in-dignitosa emulazione del modello egemone etero-dotto (erodianesimo), ovvero di impermeabile chiusura e immoto radicamento nella propria diversità, trasformandosi, così, per contrapposizione, in antagonista alla modernità pervasiva (zelotismo).
Il Mediterraneo soggetto, conscio di sé, vedrebbe con i suoi occhi il proprio percorso di sviluppo, lo informerebbe con le modalità che gli son proprie perché derivano dalla storia delle sue genti, dalla geografia delle sue coste.
Il Mediterraneo è per eccellenza luogo di frontiera: tra Occidente cristiano e popoli infedeli: tra sud di caldo e pigro scirocco e nord di fredda e industriosa tramontana.
Cassano ci rammenta l'etimologia di frontiera, rischiarandone così l'essenziale significato per permetterci di cogliere le potenzialità che il mare interno potrebbe sfruttare dal suo status di terra di confine.
Frons-frontis: fronte; la prima linea della guerra; i suoi derivati: fronteggiare, affrontare: verbi usati per descrivere situazioni di asperità e difficoltà.
Se si adopera una prospettiva macro, tuttavia, ci si rende conto dell'ambivalente funzione della frontiera: unisce in quanto separa; mette insieme tutto ciò che si trova al suo interno, separandolo da quello che si trova fuori. È questa la frontiera-confine, luogo sacro, custode del rapporto tra identità e differenza. Sul confine  simultaneamente limitiamo chi ci limita, in una “inevitabile reciprocità del finire, come inevitabile e reciproco viene il sospetto che il confine non sia stato giustamente apposto.”
Proprio la ragione dell'infinito sviluppo ha finito per rendere il limite odioso all'uomo, percepito ormai come vincolo all'ascesa della libertà individuale dell'io. Il limite è nemico della hybris, del “di più” del turbo-capitalismo; la società attuale è tutta protesa al superamento del limite; oltre i limiti dati dalla natura, dalla materia, persino dalla biologia..
In questa folle corsa contro il limite viene spesso dimenticato una sua funzione essenziale, quello del definire, del creare identità. Non ci sorprenda dunque l'anomia derivante dalla solipsistica ascesa dell'io sull'oceano, che par devastare l'intera umana specie.
Parimenti, esaminando la frontiera al microscopio ci si rende conto che è proprio questo il luogo comune ai due termini del discorso (noi/loro), quello dove essi si fondono e confondono “in tutte le zone di frontiera, quando la tensione non è esplosiva possono aver luogo complicità e connivenze, indebolimenti consensuali della sacralità dei confini rendendoli permeabili”.
Riguardando se stesso, riconoscendo il suo statuto di confine il mediterraneo potrà compiere la sua antica e rinnovata missione: quella di ponte tra le terre, di Mediazione tra vari fondamentalismi: quello del mare che diventa oceano, quello della terra e del mito di se stessa; quello dell'ovest, del tu ti modernizzerai; quello dell'est degli Asian Values.
La definizione che Cassano adopera per fondamentalismo è quella di “etnocentrismo attivo ed espansivo, la pretesa di esportare i propri principi annullando le differenze dell'altro, percepito come il male di cui ci si propone come antidoto.
Questa prospettiva ci consente di cogliere una delle ragioni per cui il ruolo di Mediazione non è così, appunto, immediato e facilmente agibile ma anzi doloroso e faticoso: tira in ballo il rapporto con l'alterità. Se riusciamo, in uno slancio di onestà  intellettuale, a riconoscere cosa causi in ognuno di noi, preso come singolo, il rapporto con l'altro, non ci sorprenderemmo dell'effetto esponenziale prodotto, passando dal soggetto individuale, a quello di popolo, razza, nazione.
L'altro comunemente assolve l'ingrato compito di rivelare la nostra contabilità in nero, i costi segreti di ciò a cui abbiamo rinunciato,  come per Dorian Gray il suo ritratto; l'immagine che l'altro ci restituisce è la risultante dei lati scomodi e scabrosi rimossi- intollerabile l'esistenza del nero per gli apologisti della purezza!
È proprio per il suo essere avvezzo alla discordia, questo continuo appartenere a più cerchi, l'impossibile integrità rende il mediterraneo attore in grado di compiere quella che oggi, era di ossimori e di  glocalizzazione, è sfida sempre più urgente.
Sfida per la volontà d'Europa, che vuol agire come agente unitario, sfida dell'intero globo schiacciato tra opposte visioni del mondo, che sembra ormai troppo piccolo per la pacifica convivenza di tutte.
Il pensiero meridiano non si esaurisce nella difesa di un pur innegabile pluralismo culturale: le diverse culture ammettendo l'esistenza del proprio limite, dei lati oscuri, recuperandone il valore, riconoscerebbero che hanno da imparare ognuna dall'altra. Ogni tradizione è e deve rimanere se stessa, ma se spinta a compiere un viaggio, può ritornare a casa arricchita dell'esperienza dell'altro e rileggere la propria storia in modo nuovo, valorizzando qualcosa che ha conosciuto e lasciato successivamente cadere. Rimangono in piedi dunque le differenze, rese capaci di trasformare l'hostis in hospes. A che questa trasformazione, questo processo alchemico, avvenga è necessario che esse si traducano l'una nell'altra, attraverso la costruzione di un comune retroterra simbolico, recuperato dal passato, sancito dalle relazione odierne, quelle della società civile, per esempio, più  agile e flessibile rispetto ai tentacolari e arrugginiti apparati burocratici statali.
Quell'identità del fare di cui parla Pedrag Matvejevic, che supera l'ineluttabilità dello scontro tra titani che porterà alla fine della storia. La teoria sociologica, infatti, insegna che le civiltà non sono blocchi monolitici ed ermetici, ma che si modellano e rimodellano attraverso un processo di apprendimento favorito e reso possibile dalle relazioni con l'esterno, dal contatto con l'altro.
Agevolare le relazioni, ritrovare un comune linguaggio, al di là delle reciproche e superficiali differenze. Riconoscere con onestà, l'impossibilità della “prospettiva perfetta e oggettiva”.
Sostanzialmente Cassano ci invita ad esplorare e conoscere ciò che da tempo sta in noi uomini e donne del mediterraneo, coscienti, forse perché rassegnati, all'inevitabile ambivalenza, declinazioni di Ulisse in cui si esprime l’eterna tensione bi-polare  tra l’avventuriero di mare e il re contadino, i germi di entrambe le posizioni estreme.
Ci esorta a recuperare i tratti di quella genuina grecità, che considera la verità un fatto orizzontale, dipendente dalla ragionevolezza degli uomini e che ammetteva tutti all'agon della discussione purché in grado di argomentare. La grecità, che della verità sperimentò gli aspetti paradossali, la tragicità, quando la verità, la sintesi tra due logoi, due prospettive inconciliabili, non poteva essere risolta pacificamente a meno della perdita di integrità di una delle parti in discussione.  
Necessario, dunque, ricomporre la scissione tra dialettica e tragedia, avvenuta quando “i dilemmi di Eschilo diventano le antinomie di Gorgia e Protagora” e la distanza tra posizioni opposte viene colmata dalla vittoria di chi possiede maggior abilità dialettica, producendo sì un addomesticamento del conflitto a discapito, però,  di un occultamento del residuo inconciliabile della realtà.
Il pensiero meridiano non vuole coincidere con un’apologia della tradizione contro la modernità, non significa andare a ricercare la pienezza di un origine che già non c’è, e che per l’autore consiste in una sorta di vanagloriosa indulgenza, ma sperimentare la ricchezza nella contingenza, dare attenzione alle potenzialità che il mediterraneo porta in sé, a cui non guarda più, per le lenti deformanti che altri apposero sui suoi occhi.
Riappropriarci del potere dei nostri occhi, guardare noi stessi e informare il mondo della nostra visione. La stessa ricetta di sempre, dunque, ma “Se  fare fosse tanto facile quanto sapere cosa è bene fare, le cappelle sarebbero chiese, e le capanne dei poveri, palazzi principeschi”. (da Il mercante di Venezia).


Franco Cassano, Pensiero Meridiano, Bari Laterza 2005
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