PERIODICO DEL DIPARTIMENTO DI RICERCHE EUROPEE
UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI GENOVA
36
Silvio Ferrari
Incontro con Jovan Divjak (Genova, 4 Ottobre 2007)
La presenza odierna del generale dell’esercito, prima jugoslavo e ora bosniaco, Jovan Divjak costituisce senza dubbio un fatto straordinario per la città e anche per le relazioni culturali che abitualmente si stabiliscono fra i presentatori di libri e altre opere dell’intelletto.
Egli è oggi soprattutto un uomo impegnato nella diffusione e nella continuità dei suoi modi di operare solidaristici e umanitari (anche dopo gli anni della guerra), rivolti innanzitutto alla città di Sarajevo, ma dedicati altresì alla rete di rapporti fra la piccola repubblica di Bosnia e i tanti suoi cittadini sparsi nel mondo intero, e quindi anche in Italia.
Personalmente posso dire che, pur avendolo conosciuto di persona solo da qualche minuto, mi ero incontrato con il suo nome e con la qualità dei suoi comportamenti attraverso un veicolo privilegiato, quello della poesia. Avevo infatti tradotto alcuni anni fa un breve, ma efficace componimento del poeta bosniaco Izet Sarajlić, dal titolo Ultimo tango a Sarajevo, nel quale la figura del generale veniva cordialmente accostata a quella della moglie del poeta, in una sorta di danza simbolica fra persone stremate dalla guerra, ma capaci di reagire alla disumanizzazione proprio attraverso l’elogio dei rapporti di normalità, come quello di un trattenimento “mondano”, per non soccombere agli effetti devastanti dell’assedio di allora.
Tuttavia oggi il centro della nostra attenzione è costituito da un’altra circostanza. La presentazione del libro, costruito in forma di ampia intervista biografica, dalla giornalista e studiosa francese Florence La Bruyére, la quale ha per così dire sintetizzato questa ennesima vicenda balcanica, sotto il titolo accattivante, quasi lirico di Sarajevo mon amour. Gian Luca Paciucci, già responsabile dell’attività culturale presso l’ambasciata italiana nella capitale bosniaca, lo ha adeguatamente tradotto dal francese e, ovviamente, ne parlerà anche sotto il profilo storico-letterario.
E per questa parte, ogni forma di presentazione potrebbe già essere conclusa. Ma, avendo ormai a mia volta acquisito la condizione del testimone, per la semplice ragione degli anni vissuti e dei fatti a cui ho potuto assistere, provo ad aggiungere qualche valutazione personale, intanto da lettore, come si dice spesso, informato sugli avvenimenti narrati e poi anche da uomo che, pur essendo sempre vissuto in Italia e avendo qui agito e operato anche sul piano politico, aveva mescolato molte delle proprie idealità a quelle di uomini e donne che, sull’altra sponda dell’Adriatico, avevano dato vita ad una grande esperienza collettiva, drammaticamente distrutta e quasi spenta, della quale tuttavia non mi pare opportuno sopprimere anche la memoria.
Jovan Divjak infatti, oggi settantenne, è uno di quegli uomini che rappresentano anche sul piano generazionale la storia e l’evoluzione di quei territori balcanici che per secoli sono stati separati, comprati, venduti e comunque violati dai signori del mondo, che erano abituati a decidere della vita di tanti subalterni, con la semplice operazione di chi spostava delle bandierine di proprietà e assegnazione sulle carte geografiche o, per essere più precisi, sulle mappe dei feudi, delle marche, dei ducati, degli stati.
Figlio di gente della Krajina, dunque di serbi venuti più ad occidente, per difendere il “confine militare” creato nel XVI secolo in funzione antiturca, egli entra, bambino, nel clima storico-politico della nuova Jugoslavia, quella nata nella semiclandestinità di un territorio ancora parzialmente occupato dagli stranieri, il 29 novembre 1943. Percorre le tappe ordinarie della nuova formazione scolastica e ideale di uno stato che si ispirava e si dichiarava socialista e raggiunge, alle soglie della prima maturità dei suoi venti anni, il privilegio di essere un membro dei nuovi gruppi dirigenti, in ambito militare.
Senza poter minimamente qui ripercorrere le tappe di quel cammino, posso solo dire che Divjak attraversa tutti gli “stati di avanzamento” che trasformano un giovanotto psichicamente e fisicamente idoneo, in un uomo della guardia diretta e provata, messa a difesa della vita quotidiana del presidente della Jugoslavia di allora, il Maresciallo Josip Broz Tito.
Del resto vaste parti di questo libro sono appunto dedicate alla rivisitazione di quegli anni e di quei ruoli. C’è invece un punto della vita di Divjak che occupa la centralità della sua testimonianza esistenziale e sul quale mi voglio soffermare, a conclusione di questo mio ragionamento.
Trovatosi al centro dei tragici avvenimenti jugoslavi e bosniaci, all’inizio degli anni ’90 il colonnello Divjak è sottoposto ad uno dei dilemmi permanenti e ricorrenti della condizione umana: la scelta fra il richiamo all’appartenenza tradizionale da cui si proviene, ma che porta nello specifico storico i connotati dell’aggressione e della violenza, e l’opzione di assumere un ruolo di difensore della parte più debole dell’umanità messa a dura prova dalle ragioni della guerra e della spietatezza politica. E così Divjak, al cospetto della sua serbità personale diventa il difensore degli assediati di Sarajevo. Con tutti gli effetti umani e politici che si pagano quando le scelte personali richiedono una coerenza e una tensione ideale così forte da poter fiaccare le energie di ogni singolo uomo.
Sotto questo aspetto e pesando bene le parole, pur sapendo che Jovan Divjak respingerà, nella sostanza, questa definizione, io credo che egli sia un eroe. Nel senso laico, non mitico né retorico di questa parola. Cioè colui che interpretando anche materialmente una convinzione ideale si comporta in maniera conseguente fino a poter temporaneamente rappresentare e incarnare il valore che lo ha spinto a una scelta di vita.
Proprio perché presumo che Divjak non si riconoscerà in questa raffigurazione, ho preferito esporla preventivamente, come argomento di una riflessione sempre dialetticamente controversa: il senso dei nostri atti alla luce dei giudizi che ne conseguono quando si trasformano in patrimonio collettivo e riconosciuto di una comunità.
Oggi infatti Divjak incarna bene, anche per ciò che continua a fare sul piano educativo e umanitario nei confronti dei bambini usciti dai terribili anni ’90, la parte migliore dell’immagine del suo Paese nel mondo.
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