Le vicende politiche alle quali abbiamo assistito negli ultimi giorni mi hanno portato alla mente un interessante saggio di Albert O. Hirschman che ho letto qualche tempo fa e che tratta proprio della spinta che porta un individuo a lasciare la vita privata per occuparsi della res pubblica.
In questo celebre saggio del 1983 (ripubblicato dalla casa il Mulino nel 2003) Hirschman propone un'affascinante teoria sull'alternanza abbastanza regolare tra periodi di interesse da parte degli esseri umani per i temi pubblici (come ad esempio l’attività politica) e altri indirizzati al proprio benessere privato.
L'autore trova nella celebrazione del primo anniversario delle manifestazioni del '68 lo spunto per la sua riflessione; infatti, a distanza di dieci anni, l'entusiasmo e il coraggio che avevano contraddistinto quel periodo, le idee e la voglia di impegnarsi nell'interesse pubblico, con la speranza che grazie al proprio contributo le cose potessero cambiare, sono, nella nuova generazione, oramai perduti. Il libro cerca di dare una spiegazione a questa disaffezione delle persone all'attività pubblica individuando un comportamento umano comune: dapprima sentirsi insoddisfatto della fruizione personale dei beni, poi rivolgere le proprie attenzioni a temi e attività di tipo pubblico e infine ritirarsi nuovamente nella propria vita privata, in un continuo alternarsi di interesse pubblico e privato.
Uno dei temi centrali affrontati dall'autore, e spinta di questo comportamento “oscillatorio”, è quello della delusione. L'autore sostiene che, in periodi di forte crescita dei consumi, la gente investe grandi speranze e aspettative nei confronti di questi beni, desiderandoli e accumulandoli per scoprire poi dopo che queste aspettative di felicità o appagamento sono spesso deluse.
La delusione diventa quindi uno stato d'animo fondamentale, un sentimento proprio alla natura dell'uomo che, dopo aver lottato per il perseguimento di un bene, lo conduce all’inevitabile sconforto quando questo viene ottenuto. A seguito di questa frustrazione però l’uomo non si arrende e spinto dal desiderio di trovare la felicità comincia a cercare nuovi obiettivi. Questa tensione insopprimibile dell'individuo, descritto quindi come un “essere desiderante”, viene narrata da Hirschman con le parole di Bernard Shaw: “Vi sono due tragedie nella vita. Una consiste nel non ottenere ciò che il vostro cuore desidera. L’altra nell’ottenerlo”, e ancora grazie alle parole di Immanuel Kant: “Date pure ad un uomo tutto ciò che desidera, ma appena lo avrà, sentirà che tutto non è tutto”.
Hirschman ci spiega che “prima di impegnarsi effettivamente in qualche attività, inclusa quella del consumo, la gente formula il progetto di fare quella cosa. Fanno parte di questo progetto certe immagini mentali – o aspettative – relative alla natura di quella attività e al tipo e grado di soddisfazione che procurerà. Poiché tale progetto e le aspettative che lo formano hanno un'esistenza autonoma, è possibile che differiscano in modo considerevole dalla realtà che si sperimenta quando il progetto viene eseguito, ossia quando il consumo ha effettivamente luogo. Di qui la possibilità della delusione...” e ancora “le aspettative superano la realtà molto più di frequente di quanto la realtà superi le aspettative”.
Quindi la delusione per non poter provare appagamento per un genere di attività porta il soggetto alla protesta oppure alla defezione dalla stessa per un'attività di altro genere, ed è proprio in questo caso che, per l'autore, la sfera pubblica può essere percepita come un'alternativa elettrizzante a quella privata. Sicuramente, secondo Hirschman, eventi esterni molto forti come le guerre o le rivoluzioni o le crisi economiche giocano un ruolo molto importante nell'accrescere improvvisamente e in misura notevole il grado di partecipazione agli affari pubblici: situazioni simili infatti coinvolgono moltissime persone e “risvegliano le coscienze” che, magari provate da amarezze personali, cercano nella causa pubblica un riscatto. Questo passaggio di interessi però non è immediato, anche perché “prima di ammettere però a noi stessi che siamo delusi, intraprendiamo una serie di trucchi ingegnosi e azioni dilatorie, e senza dubbio uno dei motivi per cui lo facciamo è dato dalla consapevolezza che la delusione può costringerci a una nuova e dolorosa valutazione delle nostre preferenze e priorità”.
La vita pubblica dopo la presa di coscienza della propria delusione potrà essere quindi una reale alternativa di felicità. Un'alternativa appagante però solo se vissuta con entusiasmo e che, proprio per questo, necessaria condizione, spesso è sostenuta da una forte ideologia, che "proclama l'azione nella sfera pubblica come un dovere sociale". In seguito a questa convinzione, l'uomo si butta con entusiasmo e passione nella vita politica, cercando quell'appagamento e quel riconoscimento che nel privato non ha avuto e grazie a questa missione può finalmente essere felice; questo tipo di esistenza è chiamata da Hirschman, riprendendo un termine classico, Vita activa.
Chi si dedica per la prima volta ad un'azione pubblica però si rende presto conto che il tempo che essa richiede è molto più di quello che ci si attendeva e inoltre che le attività necessarie per raggiungere gli obiettivi prefissati per l'interesse comune sono in realtà ambigue e "di natura assai differente: stringere strane alleanze, dissimulare i propri obiettivi reali, tradire gli amici di ieri; tutto ciò naturalmente nell'interesse del 'fine' ".
La vita politica tanto desiderata diventa troppo impegnativa o lo è troppo poco e genera compromessi che quindi, anche in questo caso, purtroppo creano delusione. Inoltre molti partecipanti avvertono che mentre provano a “cambiare le cose”, mentre si sacrificano per la res pubblica gli altri non lo fanno o, peggio ancora, si trovano lacerati dal conflitto tra quello che vorrebbero fare e quello che in realtà possono fare. Questa constatazione genera quindi frustrazione e amarezza che si trasforma in una nuova delusione, forse ancora più forte, che riporta l'individuo a fermarsi sbigottito, rivedere i propri passi e spesso a ritornare a occuparsi della propria vita privata, che viene ora vista come una via di fuga da una realtà incomprensibile e fonte di una rinnovata serenità.
Nel fare queste analisi l'autore non sottovaluta però la dimensione sociale in cui vivono gli individui: in questi passaggi dal pubblico al privato e viceversa, emerge come fondamentale infatti il contesto sociale: è grazie a un riconoscimento sociale che l'uomo si muove nella vita privata per migliorare la propria condizione economica, ed è sempre grazie all'approvazione morale ed etica da parte degli altri che si muove in quella pubblica. La società influenza quindi i nostri comportamenti, le nostre idee e la nostra percezione di felicità: non saremo mai felici se non saremo ammirati dagli altri. Perciò il bisogno costante di approvazione è alle base delle nostre scelte e delle nostre azioni, e quando il riscontro alle nostre azioni è l'indifferenza o la disapprovazione allora siamo preda dell'insoddisfazione e cerchiamo subito delle alternative.
In conclusione quindi, per Hirschman gli individui sono esseri sociali che, attraversando varie fasi nella loro vita, provano le più diverse esperienze, anche fra loro contraddittorie, pur di realizzare desideri e ambizioni, ma proprio in questo percorso che cambia il loro carattere e modifica i lori sogni, e nell'oscillare tra queste due dimensioni (pubblica e privata) si svolge la loro esistenza e la loro ricerca continua di felicità.