1. Ossimoro o endiadi?
Per riprendere il titolo dell’opera più famosa di Marc Bloch, una difesa se non una vera e propria apologia della storia moderna appare oggi più che mai necessaria e urgente da parte di chi è chiamato a vario titolo ad insegnare e comunicare non solo una pratica disciplinare, ma, soprattutto, una forma di conoscenza. In questo caso un abito, un atteggiamento militanti, come si sarebbe detto un tempo nemmeno tanto lontano, non guastano: possono sortire anzi qualche effetto benefico, hanno un valore di testimonianza per gli interlocutori, contribuiscono a risollevare la categoria degli storici moderni italiani da quello stato asettico e torpido, incapace di misurarsi con i grandi temi e problemi, che pare caratterizzare buona parte della ricerca contemporanea.
Confrontando il recentissimo passato con l’attualità e, soprattutto, facendo riferimento all’esperienza diretta di chi scrive queste brevi note, non sono pochi gli spazi in cui è possibile ingaggiare la battaglia per la storia moderna.
Il primo terreno, sul quale, non poche sconfitte sono ormai state subite, è quello della riforma degli ordinamenti universitari. Pur in presenza di esiti non omogenei tra facoltà e facoltà, la scommessa di dare peso e rilievo alla storia moderna nella formazione degli studenti che affrontano il triennio è andata in larga misura perduta, anche se alcune posizioni potranno essere recuperate nei bienni di specializzazione.
Il secondo terreno è quello della didattica, del quotidiano rapporto con gli studenti universitari che esige un radicale ripensamento da parte di noi docenti sia dei contenuti dell’insegnamento sia dei metodi sia, soprattutto, dei modi e delle tecniche della trasmissione del sapere storico.
Il terzo terreno è costituito dalla neonata Società Italiana per la Storia dell’Età Moderna(SISEM), formalmente costituitasi il 29 maggio 2003, “con lo scopo di elevare e diffondere la cultura storica e in particolare gli studi di storia del Rinascimento e dell’età moderna in Italia(secc.XV-XIX), di tutelare l’insegnamento della Storia Moderna in ogni ordine e grado dell’istruzione italiana, valorizzando la dimensione formativa della conoscenza storica; di diffondere e promuovere la conoscenza di temi e problemi della storia moderna anche attraverso l’uso dei mezzi di comunicazione di massa; di essere interlocutore presso le istituzioni competenti dei singoli atenei e dei ministeri per quanto attiene gli ordinamenti didattici e la ricerca; di valorizzare la dimensione problematica della modernità su molteplici scale:locale, statale, europea e mondiale; di salvaguardare il pluralismo della ricerca”.
Come risulta evidente dalla citazione quasi integrale dell’art. 2 dello statuto della SISEM, problema centrale è il rapporto tra didattica e comunicazione della storia moderna, ossia tra l’insegnamento della disciplina a livello universitario e il senso comune, diffuso, della storia moderna. Questo rapporto si può configurare:
a) come un’endiadi, ossia come un completamento positivo e virtuoso della percezione diffusa attraverso la didattica superiore di livello universitario ;
b) come un ossimoro, ossia come un’insanabile contraddizione , un circolo vizioso tra i due livelli.
Oggi didattica e comunicazione della storia moderna sono in netta contrapposizione: la loro relazione richiama più la figura retorica dell’ossimoro che quella dell’endiadi.Il fenomeno è dovuto – secondo il mio modesto modo di vedere – a due fattori generali e ad un fattore specifico. I due fattori generali sono:
a) la complessiva marginalità della storia e della conoscenza storica nei processi di comunicazione proprio nel momento in cui l’epistemologia contemporanea scopre che tutto è storia ;
b) il senso comune dell’inutilità della storia per la vita, della non spendibilità del valore d’uso immediato della storia nel processo di formazione-professionalizzazione.
Il fattore specifico è quello che penalizza più direttamente la storia moderna. Si tratta di uno spazio vuoto, che nella mentalità diffusa è andato formandosi e crescendo negli ultimi anni, tra il tempo lontano, lo spazio esotico, fantastico e fascinoso del Medioevo, e il tempo-spazio dell’istante, o meglio l’istante, privo di spazio-tempo, della contemporaneità. Lo spazio- tempo del moderno è vuoto perché schiacciato insomma tra la fuga dal presente storico e il presente vissuto come istante astorico,privo di passato: è questa la rappresentazione della storia che si vive nei processi di comunicazione del quotidiano.
Per quanto riguarda il revival del Medioevo già Le Goff, nella sua Intervista sulla storia, aveva notato alcuni anni fa l’esistenza di due volti nel fenomeno del “revival”, uno perverso e uno sano: “Si sta - sono parole dello storico francese – specialmente in certi ceti sociali ai quali purtroppo capita spesso di non fare attenzione, costruendo un fantasma dei terrori del Duemila che sarebbe una resurrezione dell’anno Mille…Ma la storia non ricomincia mai e non vedo come fondamento di questa idea folle altro che i fantasmi perfettamente analizzabili di un certo numero di ambienti e di spiriti profondamente reazionari culturalmente e politicamente”. Il volto sano per Le Goff era nel “revival” che stabilisce un corretto rapporto col passato: “Così come verso la storia, ci possono essere due sguardi sul Medioevo. Si può cercare di chiarire il nostro presente perché si considera quell’epoca come il nostro inizio, ma si può anche tentare di fuggire nell’infanzia come rifiuto del presente”. Ed è quest’ultima, a mio parere, la tentazione che troppo spesso incoraggiano i media.
2. Tre idee di moderno
Realizzare l’endiadi tra didattica e comunicazione della storia moderna, dunque. Certo le nostre deboli forze non ci consentono di intervenire direttamente e immediatamente sui processi di comunicazione di massa. Occorre ripartire dalla formazione del senso comune, dall’idea stessa di storia moderna. Se ne possono identificare tre significati: una semplice scansione cronologica, un’idea minimalista, un’idea forte.
a)Il periodo compreso tra il 1492 e il 1815 potrebbe essere considerato una semplice scansione cronologica nel tempo unilineare della storia. Si tratta della partizione accademica convenzionale che da per scontato il termine “a quo” e il termine “ad quem”, non si pone questioni di legittimità né dal punto di vista epistemologico né dal punto di vista disciplinare. Può essere una scelta, ma non contribuisce certo a riempire il vuoto di senso comune.
b)I tre secoli dell’età moderna sarebbero quelli che preparano la contemporaneità. Si tratta di una visione al tempo stesso minimalista e dipendente della storia moderna: minimalista perché pesantemente riduttiva del valore del moderno; dipendente perché è andata emergendo in relazione alla nascita e allo sviluppo della storia contemporanea come disciplina autonoma di insegnamento universitario nella seconda metà degli anni Sessanta, che ha avuto bisogno di autolegittimarsi proprio nei confronti della storia moderna. In realtà la fissazione del termine “ad quem” della storia moderna al 1815 è precisamente conseguente alla formazione della storia contemporanea come disciplina e la periodizzazione 1492-1815 fu stabilita come trasposizione, a livello di studi universitari, della cronologia scelta nei programmi della scuola media secondaria. Qui non voglio ingaggiare una guerra disciplinare: ci mancherebbe altro. Voglio solo dire che risulta assai problematica la definizione del concetto di storia contemporanea sia per quanto attiene alla cronologia e alla scelta del termine “a quo”, sia per quanto attiene al significato dell’attributo contemporaneo. Una cesura tra moderno e contemporaneo, impostata su una periodizzazione secca, per così dire, non giova soprattutto ad una più piena legittimazione disciplinare della storia contemporanea. Perché il tempo dell’inizio dovrebbe essere il 1815? Davvero siamo di fronte ad una data-simbolo capace di rappresentare il passaggio ad una nuova storia che muta in profondità i connotati della modernità?
c)Vorrei cercare di sostenere la seguente tesi: di fronte alla possibilità di legittimare concettualmente in senso forte il moderno, la modernità, sta la difficoltà di fondare sul piano epistemologico la nozione di contemporaneo . C’è come uno slittamento semantico tra i due concetti: il primo denso, carico di significati; il secondo più debole e leggero nella misura in cui vuole ricercare il suo fondamento esclusivamente su una periodizzazione intesa come pura cronologia. Chi nel Novecento ha proposto un più convincente significato di storia contemporanea – e mi riferisco, ben s’intende, a Croce – ha dovuto prescindere dal dato cronologico e ha assunto l’attributo di contemporaneo come un atteggiamento dello storico nel costruire il delicato equilibrio tra il presente e il passato. E lo stesso Marc Bloch, lontano dalla concezione
storica di Croce, era molto vicino al filosofo abruzzese nella visione del rapporto passato-presente e, quindi, avrebbe condiviso la sua idea di storia contemporanea.
La concettualizzazione forte del moderno sta nel concepirlo come il tempo-spazio in cui si costruiscono e si sviluppano i fondamenti e le vie diverse del nostro vivere in comunità. Ho cercato di seguire questa traccia nella mia esperienza di un corso di storia moderna per i trienni universitari(A.MUSI,Le vie della modernità, Sansoni Firenze 2003, III edizione). Pur conservando l’impianto di un manuale scandito secondo l’ordine cronologico e problematico accademico tradizionale, ho perseguito l’obiettivo di rendere riconoscibili alcune linee di sviluppo e di passaggio da una prima ad una seconda modernità più matura ad una fase di crisi e trasformazione non della modernità, bensì dei suoi elementi di contraddizione e di ambiguità. Ho inteso altresì non trascurare spazi altri di modernità, non assimilabili alle già molteplici vie europee, ma in profonda osmosi con esse.
“Moderno”, “modernità” è concetto complesso. Per semplificarne la complessità si può ragionevolmente sostenere che esso può essere un canone di periodizzazione o un canone che attribuisce valore. Nel primo caso lo usiamo abitualmente da quando la storia è andata definendosi come scienza fondata sul principio di sviluppo, di svolgimento. Individuiamo così nella Storia Moderna processi di svolgimento, sviluppo, trasformazione che ci consegnano, a livelli diversi, un’epoca più matura rispetto a quella precedente. Ma in essa articoliamo e distinguiamo una “prima età moderna” da una “seconda età moderna”, cerchiamo di ricostruire i passaggi tra le due epoche in livelli e dimensioni diverse: la divisione del mondo dalla scoperta alla conquista in una prima fase dell’espansione europea, dal commercio al dominio nella seconda fase del colonialismo; dallo Stato moderno allo Stato assoluto; dall’equilibrio politico internazionale fondato sull’egemonia di una sola potenza e di un sistema imperiale alla formazione di un sistema multipolare di potenze; dalla rottura dell’unità cristiana al riconoscimento della divisione tra differenti confessioni religiose; dal primato di un’economia – mondo mediterranea alla configurazione di altre gerarchie economiche internazionali;ecc. Assegniamo quindi un ulteriore ruolo periodizzante ad una “terza età moderna”, quella della crisi dell’antico regime e delle rivoluzioni. Naturalmente questi sono solo alcuni esempi dei contesti d’uso della nozione periodizzante di “modernità”. Ed è anche scontata l’avvertenza che come esiste un corretto uso diacronico della nozione, sono possibili usi sincronici, a cui va prestata la massima attenzione. Per esempio religione, Chiese e Stati sono tre livelli importantissimi di trasformazione della storia in senso "moderno”, che hanno dimostrato potenzialità ed effettive capacità di compenetrazione, comunicazione e intrecci fra di loro.
Il concetto di “moderno” come giudizio di valore si dispone evidentemente su un piano diverso rispetto a quello del canone di periodizzazione: anche se è altrettanto ovvio che tra i due piani sono possibili scambi e rapporti intensi. Il “moderno” come giudizio di valore implica una relazione stretta con altri due concetti: quello di “progresso” e quello di “gerarchia”. Con la prima associazione attribuiamo al “moderno” non solo l’avanzamento, ma anche il conseguimento di forme di vita migliori e più complesse, e stabiliamo quindi – di qui la seconda associazione – distinzioni tra il “più moderno” e il “meno moderno” proprio in base al maggiore o minore conseguimento del progresso. Certo l’esperienza storica del Novecento ci ha ormai abituati a storicizzare e relativizzare anche l’idea di progresso: ma non vi sono dubbi che , per alcune grandi acquisizioni storiche dello spirito umano, il binomio “moderno”-“progresso” costituisca ancora un’endiadi indiscutibile.