Ogni città vive in una dimensione originale della sua memoria. Le città mediterranee probabilmente più delle altre. Là il passato non smette mai di fare concorrenza al presente. E l’avvenire si presenta piuttosto a immagine del primo che del secondo. Genova ha conosciuto sia la nostalgia che la rassegnazione, senza abbandonarsi all’una né all’altra.
Sulle rive del mare interno la rappresentazione della realtà si confonde facilmente con la realtà stessa. Questo crea illusioni o rimpianti. Genova ha attraversato periodi di espansione e di opulenza, di declino e di impoverimento. E’ stata - e probabilmente rimane ancora - più incline al realismo che al sentimentalismo.
Il discorso sulla città mediterranea dipende spesso dalla storia e dalla geografia, ma non si contenta dell’una né dell’altra. Si nutre di evocazioni o di reminiscenze, di approssimazioni o di pretesti. Immaginando il modo in cui Marco Polo avrebbe potuto descrivere le città che aveva attraversato, non a Rustichello durante la prigionia genovese, ma in Cina al gran khan Kublai, Italo Calvino formula un’avvertenza assai preziosa: “Non dobbiamo confondere la città con il linguaggio che la descrive, benché esista un legame tra l’una e l’altro”. La città di Genova e il discorso sulla sua repubblica raramente s’accordano.
Tra le quattro repubbliche marinare della penisola italiana: Amalfi, Pisa e Venezia, la sua rivale, Genova è stata spesso la più potente, mai la più debole. Ma non ha saputo, malgrado tutto, fondare o mantenere il suo stesso mito -come la Serenissima- neppure al tempo dei suoi successi più importanti. Alcuni miti creati o diffusi da altri, quasi sempre suoi concorrenti, hanno spesso offuscato la sua immagine.
Più di uno storico afferma che le città del Mediterraneo, a differenza di quelle del continente, non traggono origine dagli antichi villaggi: al contrario, generano i villaggi attorno a loro e per loro stesse. E’ sicuramente il caso di Genova. Che ha saputo appropriarsi di ciò che la circondava e imporsi al suo entroterra: le vallate del Polcevera, del Bisagno e, al di là dei corsi d’acqua, anche i pendii delle colline vicine sfuggivano raramente alla sua influenza, mai al suo controllo.
I fondatori dell’antica Xenoa o Zena – i Focesi e i Fenici, poi raggiunti dai liguri, provenienti non si sa bene da dove furono molto probabilmente attirati dall’insenatura del Mandraccio, che una battigia capace di spossare le onde e respingere le invasioni proteggeva dagli urti dello scirocco e dalla furia delle libecciate. Un golfo imponente si apriva davanti al futuro porto, un intero mare che si sarebbe chiamato Ligure, un braccio del Mediterraneo. Fu più sfida che privilegio.
Molte città mediterranee hanno al loro interno numerosi strati. I riferimenti a uno o più centri storici si combinano con le differenti relazioni con il porto. La verticalità di quegli spazi è difficile da conservare o gestire. La loro orizzontalità rischia di estendersi oltre misura, perdendo così la propria identità e affogando in agglomerati amorfi. Addossata al Monte Albano, Genova ha preso una forma triangolare e arrotondata, una posizione obliqua e perpendicolare. La “costrizione dello spazio”, evocata tanto spesso a proposito delle città sulla costa, ha determinato la sua evoluzione. Movimenti ascendenti e discendenti si alternano, si sviluppano in isoipse o serpentine: dal porto antico verso il Castello e la collina di Castelletto, attraverso qualche galleria sotterranea recente e una moltitudine di carruggi molto antichi. Vista dal basso o dall’alto, la città offre profili che sembrano opporsi gli uni agli altri oppure contraddirsi. Dalla cima del monte Fasce, Genova si presenta come un insieme tanto compatto quanto eterogeneo. Dal lato opposto, la spianata che circonda il santuario della Madonna della Guardia sul monte Figogna permette di abbracciare le distanze e le prospettive che si aprono tra le Alpi e l’Appennino con, sul proscenio, le isole di Corsica e d’Elba, lacerate dalle rispettive storie. Le catene montuose opponevano numerosi ostacoli verso il continente, il mare esigeva grande determinazione. Ma i Genovesi non esitarono a fare una scelta positiva. La loro flotta divenne, in tempi molto brevi, capace di schiacciare quella di Pisa e di vincere quella di Venezia.
Una topografia non si lascia riassumere dalla scrittura. A levante della città si trovano i porticcioli dei villaggi dei pescatori e sembrano legarsi tra loro organicamente (ho visitato più di una volta Camogli, Bogliasco, Sori ed è ancora vivo in me il ricordo delle reti e delle cime che asciugano sugli stenditoi, dell’odore del catrame e delle barche in secca sui moletti). Procedendo verso ponente in direzione di Sampierdarena, Cornigliano, Voltri, i nuovi agglomerati costruiti o allargati in fretta e a intermittenza, si collegano l’uno con l’altro senza mai integrarsi realmente. E’ il prezzo che Genova ha dovuto pagare per la sua crescita, e la sua sopravvivenza.
Moltissimi avvenimenti storici e quotidiani si sono svolti all’interno di uno spazio tanto denso quanto ristretto: tra Porta Soprana, detta anche di Sant’Andrea e Porta Sottana, detta anche di Santa Fede o dei Vacca, su una linea che si estendeva dal Bastione delle Streghe alla Lanterna; dal Porto antico ai vecchi portici di Sottoripa; all’interno della cinta di Barbarossa e di quella, più ampia e meno efficace, delle Mura Nuove. Nessuno saprebbe classificare tutti gli affari conclusi tra piazza Banchi, Fontane Marose e il Palazzo (quello ducale, ovviamente). La storia conosce in modo molto superficiale le trattative che ebbero luogo all’interno dei palazzi del Principe, della Meridiana, della Borsa o del Capitano del popolo che, ribattezzato, dovette assumere il nome di San Giorgio, patrono della città. Facciamo fatica a immaginare gli accordi o disaccordi fatti o disfatti all’interno dei sontuosi edifici che appartennero ai Doria, ai Grimaldi, ai de Ferrari, ai protagonisti della famose sei famiglie. E non dimentichiamo le vicissitudini, religiose e secolari, del palazzo Arcivescovile, contiguo alla cattedrale di San Lorenzo oppure le ragioni che spinsero uno scozzese parsimonioso di nome Mac Kenzie a edificare con tanta prodigalità il suo castello nel cuore della città!
Queste storie frammentarie, che si riassumono nella Storia della Repubblica, sono segnate da alcune personalità di prim’ordine: un Andrea Doria invincibile condottiero e ammiraglio ineguagliabile al servizio di diversi Stati e regni, accusato di tradimento per non avere perseguitato sino in fondo la flotta turca; un Simon Boccanegra che, a dispetto del titolo di Cavaliere del Sacro Romano Impero, fu privato dell’”onore dei funerali”; o ancora un Niccolò Grimaldi detto “monarca” e trattato da “rapace”, principale creditore del re di Spagna Filippo II. In questo breve testo ho ricordato soltanto alcuni nomi tra i tanti che hanno fatto parte delle cronache locali, come quelli dei dogi e dei congiurati che si opposero al loro potere; quelli dei pellegrini e dei crociati che si imbarcarono dalle darsene e dai moli per liberare Gerusalemme e conquistare la Terra Santa (la Commenda di san Giovanni di Pré ne conserva ancora tracce vive); quelli dei capitani delle grandi navi e dei semplici marinai, membri dei loro equipaggi, di corsari e di commercianti che, per la maggior parte, furono temerari e in buona parte spietati.
Comunque sia bisogna riconoscere che la Repubblica di san Giorgio, issando la sua bandiera rossa, oro e nera, ha saputo trovare un posto degno di lei tra vicini più potenti e non meno rapaci, bordeggiando tra la Francia, la Spagna e lo Stato Pontificio, mantenendo rapporti tanto con il Levante quanto con il Ponente, con la costa del Nord e con quella del Sud, avventurandosi al di là delle colonne d’Ercole e delle Esperidi. Il suo commercio non si limitava unicamente al mercato nel senso volgare del termine, coltivava anche lo scambio di un'altra specie: i Genovesi inventarono -è bene ricordarlo una volta di più!- un primo sistema bancario che riuscì a “imporre le loro leggi alla ricchezza dell’Europa e, di là, alla ricchezza del mondo… I metalli preziosi arrivavano in tali quantità sulle banchine di Genova, che venivano pesati invece che contati” (cito volentieri le parole di Fernand Braudel, storico che sapeva evitare incomparabilmente meglio di me l’esagerazione mediterranea). Può essere sorprendente, malgrado tutto, che un tale uso del capitale prima del capitalismo non abbia generato un mito a livello della sua importanza: probabilmente dipende dal fatto che alcuni aspetti, assai concreti o realistici, delle operazioni finanziarie non si prestano alla mitologia. El siglo de los Genoveses, durato ben più di un secolo, si è rivelato insufficiente a questo scopo.
Ricchezze di quella portata dovevano difendersi dalla passione e dalla cupidigia. La flotta non riusciva da sola a proteggere il porto, le muraglie non erano sufficienti a assicurare il lucro. Molte fortezze vegliavano sui punti strategici più elevati (non le ho visitate tutte e spero di completare il percorso alla prima occasione). Uno spettacolo grandioso si offre alla vista dalle torri di Diamante, Sperone, Fratello Minore e Due Fratelli oppure da Begato, Quezzi, Belvedere… Un visitatore solitario descrive con un’esaltazione ingenua quei luoghi al chiaro di luna: “E’ un percorso affascinante, lungo i sentieri sassosi sotto la luna piena, con una città tremolante sotto i piedi e l’erba che geme alle raffiche della tramontana”. Potremmo aggiungere a questo passaggio che in estate, quando gli steli delle piante mediterranee si disseccano e secernono una sostanza oleosa, creano una mistura di odori inebrianti; sotto il sole dell’autunno l’ardesia sembra meno grigia o nerastra del solito e assume un colore turchese. Le torri e le fortezze permettono di misurare meglio la vera dimensione di questa metropoli dei mari e di intravederne il destino.
Un così gran numero di santuari e chiese - non ho intenzione di compilare una lista, altri l’hanno già fatto - probabilmente non è direttamente proporzionale alla devozione dei cittadini. La Repubblica che incoronava i dogi, contemporaneamente si proclamava Regno della Madonna. E votava un culto particolare alla peccatrice divenuta Santa: Maria Maddalena. La lancia di San Giorgio che uccide il drago sembra particolarmente lunga e aguzza sugli stemmi e gli arazzi dei palazzi. La prima volta che sbarcai nel porto fui subito sorpreso di vedere in piazza Banchi - vicino alla Loggia dei Mercanti, la cui reputazione non è precisamente senza macchia - la chiesetta di san Pietro: vi si accede da una scala che conduce al primo piano, mentre al piano terra si trovano negozi o magazzini del tutto profani. E questo, in un primo tempo, mi parve la conferma del giudizio di uno dei pensatori del secolo dei Lumi, che sosteneva che i primi piani di quei bei palazzi tenessero al riparo dei semplici depositi di merci. E il doge altri non fosse che il più ricco dei mercanti. Tuttavia tento di respingere quest’affermazione, probabilmente esagerata…
Oggi le città mediterranee condividono parecchie difficoltà con quelle continentali: questioni di conservazione o di gestione del patrimonio, rapporti di spazio e luogo, problemi di esiguità o di estensione, di pianificazione del territorio e di mantenimento dell’ambiente, di costruzioni illegali e di interventi abusivi, di immigrazione e del suo rifiuto, di comunicazione tra “vecchi abitanti” e “nuovi arrivati”, di “diritto alla città”, infine, e di “nuovi diritti” dei cittadini. Genova non è riuscita a evitare questo destino che sembra fatale e che riguarda tutto il perimetro del mare nostrum. Alcune ristrutturazioni di antichi quartieri furono necessarie e utili, altre rimasero deplorevoli o dolorose (probabilmente avete indovinato: alludo all’autostrada detta “sopraelevata” , che separa la città dal porto e taglia in due lo stesso porto vecchio). Accade così che un’identità del fare male orientata, attacchi un’identità dell’essere essenziale: quest’ultima è divenuta precaria o vulnerabile nel corso della lunga storia del Mediterraneo.
Genova ha dato i natali oppure ospitalità a numerose personalità artistiche, scientifiche, politiche. Conserva gelosamente il catalogo dei loro nomi e s’inorgoglisce a giusto titolo per le loro opere, senza tenere conto di qualche episodico incidente di percorso. Da una parte la casa del grande virtuoso e compositore Paganini venne malauguratamente distrutta per l’incuria dell’amministrazione. Dall’altra l’abitazione in cui avrebbe potuto vivere uno degli antenati di Cristoforo Colombo, lanaiolo di professione, porta ancora oggi il nome dello Scopritore del Nuovo mondo, anche se quest’ultimo non vi aveva mai messo piede. Giuseppe Mazzini fu costretto a cercare altrove un luogo più propizio alla sua ribellione. Ma Garibaldi, che stava andando a combattere per l’unità e la libertà dell’Italia, si imbarcò con i Mille molto vicino al porto di Genova che gli era caro, dallo scoglio di Quarto. Nel centro della città, alla base di uno dei monumenti eretti ai grandi uomini che avevano ben meritato la riconoscenza della patria, si legge un’iscrizione insolita: Al patriottismo operoso. E’ un’idea nuova nell’Europa delle nazioni: questo genere di epiteto (operoso) raramente è legato alla nozione di patriottismo. Aggiungeremo che la piazza centrale della città porta il nome di de Ferrari, che non fu un grand’uomo politico, ma un duca che lasciò i suoi beni alle autorità portuali di Genova. Questo dimostra come la vecchia Repubblica marinara, al momento di unirsi allo Stato nazionale, avesse conservato una parte della sua particolarità.
I grandi pittori, da Luca Cambiaso a Gregorio de Ferrari e da Domenico Piola a Bernardo Castello (per citare soltanto coloro che hanno dipinto opere che continuano a emergere nella mia memoria), hanno saputo coltivare un cosmopolitismo dei più raffinati, pur mantenendo sempre un’originalità legata alle loro radici o al loro ambiente. Di quanti altri soggiorni a Genova avrò bisogno ancora, per conoscere come meritano tutti i suoi artisti e architetti? (Traduzione di Antonella Viale)
Nota: le parole in corsivo sono in italiano nel testo originale