PERIODICO DEL DIPARTIMENTO DI RICERCHE EUROPEE
UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI GENOVA
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Simone Mazzucca
Intervista a Marta Vincenzi: Due o tre cose che so dell'Europa
L’Europa ha bisogno di una politica concreta di pace, di cooperazione sociale ed economica nel Mediterraneo, e la porta naturale dell’Europa sul Mediterraneo è la Liguria. Ne è convinta Marta Vincenzi, neo eletta parlamentare europeo.
L’Europa ha bisogno di una politica concreta di pace, di cooperazione sociale ed economica nel Mediterraneo, e la porta naturale dell’Europa sul Mediterraneo è la Liguria. Ne è convinta Marta Vincenzi, neo eletta parlamentare europeo. Seduta alla sua scrivania l’assessore all’area vasta del comune di Genova, ha alle spalle la cartina dettagliata della città: sono segnate le porte di entrata delle grandi reti infrastrutturali, una dimensione con cui l’ex presidente della Provincia  ha fatto rotta verso il Parlamento europeo.
Marta Vincenzi si è insediata da poco meno di un mese, ma ha già imparato a conoscere l’europarlamento, e a capirne i più evidenti punti deboli.
«Si devono trovare i necessari meccanismi di compensazione per far sì che il macchinoso e dispendioso spostamento dell’intero Parlamento da Bruxelles e Strasburgo sia superato. Quando si apre la sessione nella cittadina francese non si spostano solo gli eurodeputati, ma anche i funzionari e tutte le segreterie. Oggi le istituzioni europee si dividono tra il Lussemburgo, la Francia e il Belgio. Il risultato è che tre città vivono il pendolarismo della burocrazia parlamentare».
-Quella di Strasburgo fu una concessione alla Francia…
«Indubbiamente. Si potrebbe pensare che a Strasburgo venga conferito un ruolo altamente simbolico in cui le istituzioni europee esercitano le propria attività di relazione con il resto del mondo. A Strasburgo, per esempio, si potrebbe tenere una sessione annuale, all’apertura dei lavori della nuova legislatura, o la presentazione del presidente e di tutta la commissione europea. Lo sdoppiamento del Parlamento in due sedi è uno dei modi controversi con cui stiamo costruendo questa Europa e una spia delle difficoltà del rapporto delle istituzioni  con i cittadini. La prova che questo meccanismo vada superato sta negli intenti che tutti i candidati alla presidenza del Parlamento avevano. Nelle loro audizioni i candidati hanno messo in luce questo problema indicando tra le priorità la drastica diminuzione dei costi di funzionamento del Parlamento. Ma finora nulla o poco si è fatto».
-Vincenzi, lei ha svolto sempre ruoli da amministratore, prima come assessore comunale di Genova, poi per due legislature come presidente della Provincia, adesso come assessore all’area vasta del comune di Genova. Come cambiano le prospettive diventando parlamentare europeo?
«Il primo, evidente, cambiamento è quello delle competenze. L’amministratore governa e gestisce il quotidiano, concretizzando linee politiche definite collegialmente. Ma vi è un problema di fondo in questo: il mutamento del quadro di riferimento legislativo per gli enti locali ha relegato a un ruolo marginale i consigli comunali e provinciali. I consiglieri oggi non hanno alcun potere decisionale né programmatico. Spesso a loro spetta solamente il compito di ratificare decisioni prese altrove. Esempio concreto è la definizione del documento principale di un’amministrazione: il bilancio. Bisogna fare ancora molta strada – al di là degli slogan – prima di arrivare a costruire un vero e proprio bilancio partecipato, in cui i consiglieri, per primi, siano coinvolti e partecipino alle scelte. Dall’Europa questi problemi si percepiscono, ma si ha una visione completamente diversa. Nelle decisioni della Commissione, del Consiglio d’Europa e del Parlamento, la dimensione dei problemi è globale perché con una delibera si devono armonizzare territori, culture, economie molto distanti tra loro. È una costruzione molto difficile da attuare, e spesso il punto di vista locale è limitato. Sono certa, però, che il passo successivo sia quello di raccordare queste decisioni. Immagino l’Europa come il referente di una costruzione che parte dal territorio, inteso anche come comuni e province. È da qui che si costruisce l’Europa del futuro. Temi come l’ambiente o l’immigrazione devono essere al centro di un’Unione comune, solida e solidale».-Avvicinare il cittadino europeo alle decisioni prese, alla politica, in un momento in cui la forma partito, anche in Italia, è in crisi, è un tema sul quale il dibattito è aperto. Quale deve essere il ruolo dell’Europa?
«L’Europa si deve muovere verso un orizzonte dove siano ben visibili le speranze di ricomposizione della frattura tra la politica, i partiti e i cittadini. Da subito si deve partire affinché il Pse, e tutti i raggruppamenti europei diventino federazioni in cui i singoli partiti nazionali non portino solamente il proprio punto di vista, virando l’Europa alle dimensioni nazionali. L’Europa è la nostra prospettiva: il resto sono chiacchiere per far perdere di vista ai cittadini i veri problemi. Ciò che dobbiamo capire è che le nazioni sono in difficoltà nel prendere decisioni che riguardano, a esempio, la sicurezza, la politica estera, l’immigrazione, lo sviluppo economico e la mobilità dei cittadini. Si deve fare un scelta di qualità, si deve superare la mera prospettiva locale cedendo parte della sovranità nazionale per fare in modo che i temi di ampio respiro trovino nell’Europa la sicurezza e la concretezza necessarie a risolvere i problemi. Ciò di cui parliamo è la realizzazione di un compromesso tra la tentazione di chiudersi all'interno dei confini nazionali per non perdere potere e le necessità che il terzo millennio ha portato con sé.  I partiti rispecchiano, come dicevamo, questa crisi. Per la soluzione dei problemi nazionali ognuno ha ricette credibili o meno, ma anche le forze politiche sono consapevoli che è necessario costruire federazioni di partiti europei per dare un input a questo cambiamento».
-Nell’ultimo anno le vicende internazionali hanno messo in luce le difficoltà dell’Europa nello scacchiere internazionale. Qual è il ruolo che in futuro dovrebbe essere svolto dall'Europa?
«La scelta è senza dubbio politica. Su questo non dobbiamo avere dubbi e non possiamo nasconderci dietro semplici e banali scuse. Tocca alla politica decidere quale deve essere il ruolo della costruenda Europa. Una cosa è certa: non possiamo pensare a una contrapposizione con gli Stati Uniti. Anzi, sono convinta che gli Stati Uniti abbiano bisogno di un interlocutore credibile e politicamente forte. Dobbiamo essere alla pari nella dimensione mondiale, consapevoli del fatto che il principio sul quale muoversi è quello del multilateralismo».
-Questo significa cambiare prospettiva?
«Significa che l’Europa, soprattutto oggi, nel mondo in cui viviamo, non può limitarsi a essere una comunità legata solo da una moneta e da vincoli economici, anzi finanziari. L’Europa può e deve svolgere un ruolo autonomo per la pace nel mondo. Un ruolo che oggi non si vede: di fronte alla tragedia irachena i nostri paesi si sono mossi spinti da egoismi e, troppo spesso come è accaduto per l’Italia, da un atteggiamento di vassallaggio nei confronti del governo Bush. È l’Europa della politica l’utopia concreta nella quale oggi occorre credere. L’Europa oggi rappresenta un’alternativa credibile nella politica estera, internazionale ma anche sociale e di sviluppo. Possiamo sicuramente giocare un ruolo fondamentale nella gestione degli equilibri internazionali senza che questi siano detenuti solo da chi governa con lo sguardo rivolto al profitto. Lo spazio europeo è il luogo adatto per creare le condizioni affinché il mondo che lasceremo ai nostri figli sia vivibile e offra opportunità compatibili con l’ambiente e la salute».
-Quindi, nel mondo globalizzato, un’Europa diversa?
«Più che diversa, direi un’Europa che prende coscienza di sé e della propria storia, che assume come valore le diversità di cui è portatrice, le tante culture che hanno costruito il Vecchio Mondo, le esperienze di una storia non archiviabile in un ruolo di spettatrice o di comparsa: nel nostro continente sono nate le grandi idee che hanno cambiato la faccia del mondo occidentale e alcuni valori, come la solidarietà, il rifiuto della guerra come strumento di dominio o di soluzione delle divergenze, sono ormai patrimonio comune di tutti noi, qualunque sia la lingua che parliamo. Tutto questo è Europa, soprattutto dopo l’ingresso di altri dieci paesi: è l’insieme di diversità e di comunità locali, di regioni, città e persone. Un insieme che può diventare esempio per il mondo».
-La parte più difficile è passare dai principi ai fatti.
«Vi è un solo modo: le decisioni devono essere prese quando si discute di bilancio. Ho imparato, da amministratore, che ciò che non è scritto sui bilanci non esiste. E quando parlo di programmazione economica per l’Europa mi riferisco alla necessità di promuovere uno sviluppo equo e solidale, all'impegno affinché i paesi in via di sviluppo escano dalla spirale dello sfruttamento del mondo occidentale. È chiaro, per fare tutto ciò si devono realizzare scelte che spesso – anche in termini economici – costano molto. Dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa per fare in modo che il nuovo assetto internazionale sia diverso e migliore rispetto a quello attuale».
(intervista raccolta da Simone Mazzucca)
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